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Cronaca
Un suicidio che sarebbe avvenuto per tutte le “menzogne dette” su di lui e per l’attenzione mediatica che ha subito
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di Angelo Barraco

In questi giorni si è parlato tanto del suicidio di Marco Prato, 31 anni, detenuto nel carcere di Velletri e accusato di aver massacrato, in data 4 marzo 2016, l’amico Luca Varani nel corso di un festino orgiastico a base di droga tenutosi nel quartiere Collatino. Prato era stato condannato a 30 anni con rito abbreviato e con lui anche Manuel Foffo è stato condannato a 30 anni per il medesimo reato. Il giorno successivo avrebbe avuto l’udienza del processo. Un suicidio che sarebbe avvenuto per tutte le “menzogne dette” su di lui e per l’attenzione mediatica che ha subito. Ha lasciato inoltre una lettera in cui ha spiegato le ragioni del suo gesto. La Procura di Velletri ha avviato un’indagine per istigazione al suicidio, procedimento coordinato dal Procuratore Prete e attualmente a carico di ignoti. L’indagine andrà a verificare se la sua detenzione fosse compatibile con le sue condizioni di salute psichica. Nella sua lettera d’addio scrive “Il suicidio non è né un atto di coraggio, né di codardia, il suicidio è una malattia dalla quale non sempre si guarisce”. Sono circa 15 i detenuti che si sono uccisi nei primi mesi del 2017; il 25 marzo un detenuto di 58 anni si è suicidato nel carcere di Rebibbia a Roma. La notizia è stata resa nota dalla trasmissione Radio Radicale RadioCarcere ed emerge che l’uomo si è tolto la vita tagliandosi la giugulare. L’uomo era in cella da solo e quella notte non ha dormito, preferendo al sonno una morte lenta e dolorosa. Il 25 maggio un detenuto di 43 anni, originario di Olbia, si è suicidato a Bancali (Sassari). La notizia è stata resa nota da Domenico Nicotra, segretario generale aggiunto dell’Osapp che ha dichiarato all’Ansa che è“inaccettabile che simili criticità possano accadere in strutture nuove come quella di Sassari, in cui l'amministrazione penitenziaria ha investito molto in termini di risorse finanziarie, ma forse è arrivato il momento di investire sui quadri dirigenziali e direttivi. Facciamo appello al provveditore e al capo del Dipartimento perché valutino l'avvicendamento del direttore e del comandante del reparto”. 
 
Napoleone Bonaparte disse “Chi si abbandona al dolore senza resistenza o si uccide per evitarlo abbandona il campo di battaglia prima di aver vinto”. Un pensiero certamente profondo quello di Napoleone perché analizza le ragioni che inducono l’uomo a desistere dinnanzi alla vita, ma certamente oggettvizza un gesto  fortemente legato a dinamiche propriamente intime e soggettive, dove l’ombra delle ragioni di un addio rimangono perenni nella mente di chi non ha saputo cogliere le avvisaglie di una scelta che non lascia margine di ritorno.  Sono molteplici i meccanismi che ruotano attorno alla complessa macchina chiamata ‘essere umano’, un complesso involucro di carne ed ossa che si muove all’interno di una realtà in continuo mutamento, che si confronta costantemente con i propri simili mediante intelletto e  raziocinio e agisce secondo logiche consequenziali. Nel suo io più profondo, l’uomo  coltiva costantemente un micro mondo fatto di elaborati pensieri e complesse realtà parallele dove implicitamente è in grado di creare scenari che possono anche distorcere la realtà tanto da estremizzarla e cambiarla in modo irreversibile. Il suicidio fa parte di quel processo di regressione interiore dell’essere umano che affiora nel momento in cui gli spiragli di luce sono così lontani da diventare invisibili -anche se ci sono ma si vedono poco- trasformando le pregresse zone di luce capiente in vere e proprie zone d’ombra dove si adagia silenziosamente l’anima in pena di chi non riesce ad aggrapparsi a nessuna alternativa di miglioria  apparentemente possibile.
 
Noi de L’Osservatore D’Italia abbiamo parlato con la dottoressa Rossana Putignano [Psicologa- Psicoterapeuta, Consulente di parte con  il CRIME ANALYSTS TEAM in qualità di Responsabile della Divisione Sud e della Divisione di Diagnosi Neuropsicologica e Forense]
Recentemente siamo rimasti sconvolti dalla notizia del suicidio di Marco Prato presso il Carcere di Velletri, ove era detenuto e in attesa del processo con rito ordinario, per la morte di Luca Varani. La modalità di suicidio (sacchetto di plastica e bomboletta del gas) ha lasciato tutti noi un po’ perplessi, come se il suicidio potesse essere una cosa standard, un fatto omologato. I suicidi sono bizzarri, teatrali, molto spesso anche finti ovvero possono essere inscenati in modo da allontanare tutti i sospetti e la cronaca nera di oggi è piena di questi casi.Anche la recente morte di Chriss Cornell, frontman degli Audioslave, ex Soundgarden, ha lasciato nello sgomento (e anche qualche dubbio!!!) migliaia di fans: in data 18 Maggio u.s. Cornell, dopo un concerto a Ditroit, si sarebbe impiccato con una fascia elastica nel bagno dell’Hotel presso il quale alloggiava. Il corpo è stato trovato per terra e non è dato sapere dove era assicurato questo cappio. Non siamo medici perciò, probabilemente, non conosceremo mai il mistero della morte voluta e desiderata, come avviene e da cosa e quali pensieri è preceduta. In qualità di psicologa forense direi che è necessario un quadro di depressione endogena o reattiva per poter scegliere la morte come unica soluzione alla propria sofferenza: insomma, occorre un disturbo dell’umore importante a meno che non vi è stato  un uso di sostanze stupefacenti o di alcool in grado di alterare le proprie facoltà mentali. A differenza dei suicidi che occorrono altrove, all’interno del carcere essi acquistano un significato molto più profondo che hanno a  che fare con la propria forza dell’Io, il coraggio di affrontare il processo e il giudizio, le speranze di rifarsi una vita dopo il carcere, la capacità di adattamento alla detenzione,  assenza o presenza di pentimento ecc.. possono essere, dunque,  tante le variabili che conducono il detenuto a scegliere di togliersi la vita. Marco Prato ha scelto di morire il giorno prima dell’inizio del suo processo, qualcosa avrà pur voluto comunicarci. Una cosa è certa: quando si sceglie di morire non vi è reparto psichiatrico o carcere che possa impedire all’individuo di tagliare i ponti con la vita. Di conseguenza, non vi dovrebbe essere responsabilità da parte del personale penitenziario (ndr. salvo negligenze accertate in fase di indagine preliminare o istigazione al suicidio). Lo ha stabilito recentemente il Ministro Orlando rispondendo alle interrogazioni di alcuni senatori in merito ai decessi di Youssef Mouhcine (24/04/2016) e Maurilio Pio Massimiliano Morabito (29/04/2016) all’interno della Casa Circondariale di Paola (CS).  A detta della psicologa Youssef Mouhcine , arrestato il 5 marzo 2016, non aveva manifestato alcun segno psicopatologico che facesse presagire una ideazione anticonservativa, se non uno stato d’ansia e delle difficoltà relazionali. Non sono a conoscenza dei dettagli del suicidio di Prato, ma credo che Mouhcine è stato rinvenuto, più o meno, nelle medesime condizioni di Marco Prato, con la testa avvolta in una busta di plastica con all’interno il fornellino e la bomboletta del gas inserita.  Maurilio Pio Massimiliano, invece, temeva che qualcuno potesse ucciderlo e per questa ragione fu collocato in una cella singola: è stato rinvenuto morto per impiccamento e  non sono stati riscontrati elementi di responsabilità del personale addetto: il caso è stato archiviato. Nonostante l’affollamento delle carceri pare che la sorveglianza sia sempre garantita, così come il servizio di guardia medica. Il 3 Maggio 2016 il Ministro Orlando ha aumentato il monitoraggio del fenomeno adottando una direttiva sulla prevenzione dei suicidi nelle carceri, tuttavia, per esperienza clinica ritengo che sia veramente difficile arginare un fenomeno del genere, perché spesso, la volontà suicida è più forte della terapia psicofarmacologica. Alla luce delle mie stesse considerazioni, mi chiedo quale possa essere la vera forma di riabilitazione all’interno del carcere se non il pentimento e la consapevolezza di quel che si è fatto. A mio avviso, potrebbe essere utile un rafforzamento e una maggiore frequenza dei colloqui clinici con gli psicologi e psichiatri per una maggior consapevolezza di sé da parte del detenuto oppure la detenzione è talmente dolorosa da superare qualsiasi istinto di vita? Che poi, effettivamente, di quale vita parliamo se di limbo si tratta?

Violenza sulle donne
Ester Pasqualoni aveva finito il turno di lavoro e stava andando a prendere la macchina nel parcheggio. Due sue denunce archiviate
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TERAMO - È stato trovato morto suicida in un appartamento di Martinsicuro (Teramo) l'uomo che avrebbe accoltellato a morte l'oncologa Ester Pasqualoni, 53 anni, di Teramo, uccisa davanti all'ospedale locale. Sono in corso verifiche. Secondo quanto riferito finora dagli investigatori, dovrebbe trattarsi di uno stalker, "una persona che dava fastidio alla vittima".

 

"È morta tra le mie braccia. Una cosa assurda pensare che era Ester". Parla Piergiorgio Casaccia, il medico del pronto soccorso di Sant'Omero intervenuto per primo sulla dottoressa del suo stesso ospedale, Ester Pasqualoni, uccisa nel parcheggio della struttura, forse dall'uomo che sembra la perseguitasse. "Ero in servizio mi hanno avvisato e sono corso. Ho trovato questa persona a terra riversa in una pozza di sangue. Quando sono arrivato non aveva più polso. Ho cercato di capire se potevo fare qualcosa. Ma era chiaro che non c'era più nulla da fare", racconta Casaccia ai cronisti. "È passato un altro collega. Abbiamo coperto il cadavere. Non l'avevo riconosciuta. Poi quando sono arrivati i Carabinieri, hanno visto i documenti e hanno chiesto se lavorava all'ospedale, a quel punto ho capito che era Ester. Intorno c'erano evidenti segni di colluttazione, c'erano due borse in terra, il cellulare. Una cosa assurda. Poi c'è stata solo disperazione e pianto. Perché, chi, chi può volere del male a Ester?", si chiede il soccorritore. "Una persona stupenda che ha aiutato tutti i pazienti, anche di notte. C'è sempre stata per tutti. Tra le mie mani ha fatto gli ultimi respiri. Una cosa assurda pensare che era Ester".

"Quante volte sedute a ragionare di quell'uomo... quel maledetto che ti perseguitava... e non sono riuscita a risolverti questa cosa.....e me lo porterò dentro tutta la vita.....ti voglio bene..... DONNA E AMICA SPECIALE...... Ti voglio bene.....". Questo il post che appare sul profilo pubblico di Facebook di Caterina Longo, indirizzato a Ester Pasqualoni, la dottoressa uccisa a Sant'Omero nel parcheggio dell'ospedale dove lavorava. In base ad altre testimonianze raccolte sul luogo dell' omicidio sembra che la vittima avesse presentato una o più denunce per stalking. Sul posto è giunto il sostituto procuratore della procura di Teramo, Davide Rosati. I Carabinieri del reparto operativo di Teramo coordinati dal comandante Roberto Petroli, sono impegnati nei rilievi e nella ricerca di un'auto che alcuni testimoni avrebbero visto allontanarsi. Il corpo della donna si trova riverso tra due auto nel parcheggio laterale dell'ospedale.

Il caso
Perquisizione nella notte a casa del dottor Massimiliano Mecozzi: i carabinieri hanno sequestrato farmaci, telefoni, computer e ricettari
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ANCONA - Perquisizione nella notte a casa del dottor Massimiliano Mecozzi: i carabinieri hanno sequestrato farmaci, telefoni, computer e ricettari. Gli è stata notificata l'informazione di garanzia per omicidio colposo per la morte del piccolo Francesco, di 7 anni, deceduto per un'otite curata solo con farmaci omeopatici. Indagati anche i genitori del piccolo: i militari hanno hanno prelevato nella loro casa farmaci e telefoni, notificando anche a loro l'informazione di garanzia.

Francesco, il bambino di 7 anni morto all'ospedale Salesi di Ancona a causa di un'otite bilaterale dopo che per 15 giorni era stato curato solo con farmaci omeopatici, ha donato la vita ad altri tre bimbi. Il prelievo degli organi, a cui i genitori avevano dato il consenso ieri, è stato effettuato durante la notte, con modalità compatibili con la futura autopsia a cui il corpicino sarà sottoposto: reni e fegato sono già stati trapiantati, mentre non sono stati trovati "in tutta Italia e in Europa" soggetti compatibili per cuore e polmoni. "Siamo riusciti a rispettare la volontà dei genitori - dice all'ANSA la coordinatrice del Centro Regionale Trapianti Francesca De Pace -. Oggi è la Giornata delle Donazioni e spero che Francesco ne diventi il simbolo". I familiari di Francesco, la cui morte ha suscitato una marea di polemiche sulla medicina omeopatica "sono estremamente provati.
Sono persone normali, non hanno un atteggiamento talebano, con loro si è instaurata una bella relazione"

Donazione organi per dare speranza ad altri piccoli pazienti -"La scelta di donare gli organi e di darne comunicazione - aveva detto la dott. de Pace, annunciando la decisione dei familiari - riflette la volontà maturata dai genitori, nel momento più brutto della loro vita, di dare speranza ad altri piccoli pazienti. Il loro gesto generoso salverà altre vite". "Ringraziamo moltissimo questi genitori per la scelta della donazione - afferma il direttore del Centro Nazionale Trapianti, dr. Alessandro Nanni Costa - che testimonia, oltre alla loro generosità e all'attenzione verso i piccoli pazienti in attesa di organi, anche la fiducia nel sistema sanitario e nei medici che hanno preso in carico il loro figlio''. Il bambino è morto oggi nell'Ospedale 'Salesi' di Ancona, dove era stato trasportato in condizioni disperate il 24 maggio scorso.

Ipotesi reato è omicidio colposo - Omicidio colposo. Questa l'ipotesi di reato che si profila nell'inchiesta sulla morte di Francesco, il bambino di 7 anni morto oggi nell'Ospedale 'Salesi' di Ancona per le complicanze di un'otite bilaterale curata con l'omeopatia. Gli atti di indagine, che al momento sono ancora carico di ignoti, sono stati trasmessi per competenza dalla procura di Ancona alla procura della Repubblica di Urbino. Due giorni prima di essere trasferito ad Ancona infatti, il bimbo, che viveva con la famiglia a Cagli (Pesaro Urbino) era stato visitato a domicilio dal medico omeopata che lo aveva in cura: il reato quindi si sarebbe consumato nel Montefeltro. Non ancora disposta l'autopsia, che aiuterà a far maggiore chiarezza su tempi e modalità del decadimento clinico del bambino. Gli eventuali indagati (oltre alla posizione dell'omeopata c'è da valutare anche quella dei genitori) avranno la possibilità di nominare periti di parte per partecipare all'esame.

'Decesso per morte cerebrale''. Se ne è andato così il piccolo Francesco, 7 anni, curato per 15 giorni con l'omeopatia per un'otite bilaterale che avrebbe richiesto una terapia antibiotica tempestiva. E' quanto annuncia il bollettino medico di ''decesso'' redatto dal dott. Fabio Santelli, direttore della Sod di Anestesia e Rianimazione Pediatrica del Presidio di Alta Specializzazione 'G. Salesi' di Ancona, e diffuso alle 12:50. ''Nella prima mattinata - ha spiegato Santelli - il quadro clinico del paziente F. si presentava con una stabilità cardio-circolatoria, parametri ventilatori e della diuresi validi. Persistenza del quadro neurologico di coma irreversibile. Effettuato un nuovo controllo Elettroencefalografico che risultava con assenza di attività elettrica, contattata la Direzione medica si è provveduto a convocare la Commissione per l'accertamento della morte cerebrale''.

Il 'Salesi' ha trasmesso una segnalazione sul caso alla procura di Ancona e alla procura dei minori.

I familiari di Francesco, due commercianti di Cagli (Pesaro Urbino) che hanno anche altri due figli minorenni, sono convinti sostenitori delle cure omeopatiche, e si erano affidati al dottor Massimiliano Mecozzi, medico omeopata con studio a Pesaro, che da tre anni seguiva il bambino, mai curato con antibiotici dall'età di tre anni. Circa 15 giorni fa Francesco si è ammalato di otite bilaterale: i genitori non si sono rivolti alla pediatra di famiglia, la dott. Rosera Falasconi, ma al dottor Mecozzi, che avrebbe visitato il piccolo in due occasioni, consigliando ai familiari una terapia a base di preparati omeopatici.

Francesco però peggiorava, era sempre più debole, con la febbre che andava e veniva. Fino alla notte del 23 maggio, quando ha perso conoscenza: a quel punto il padre e la madre l'hanno portato nell'ospedale di Urbino, dove una Tac ha rivelato gravi danni al cervello. I sanitari hanno disposto il trasferimento nel nosocomio pediatrico 'Salesi', dove, alle 4 del mattino del 24 maggio, è stato tentato un intervento chirurgico per la rimozione dell'ascesso cerebrale. E' cominciata anche una terapia antibiotica d'urto, ma le condizioni cliniche del bimbo non lasciavano più speranza. ''Stato comatoso grave'' le parole del bollettino medico diffuso ieri dal direttore sanitario degli Ospedali Riuniti Alfredo Cordoni. Oggi il bimbo è spirato.

''Andate via - ha detto la madre del piccolo ai giornalisti che hanno tentato di avvicinarla - vi sembra il momento? State solo approfittando del nostro dolore...''.

''Cosa dobbiamo commentare? E' stata dichiarata la morte cerebrale del bambino, non c'è altro da dire''. Denuncerete l'omeopata? ''Sì, senz'altro''. Così uno dei nonni del piccolo Francesco, in un breve scambio con i giornalisti in attesa fuori dall'Ospedale Salesi di Ancona. 

Lutto
La stilista era ricoverata al Sant'Andrea di Roma
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ROMA - E' morta Laura Biagiotti. La stilista, che avrebbe compiuto 74 anni ad agosto, era ricoverata da mercoledì sera all'ospedale Sant'Andrea di Roma dopo essere stata colpita da un arresto cardiaco. La conferma in un tweet sul suo profilo ufficiale, un brano del Vangelo di San Giovanni scelto dalla figlia Lavinia: 'Nella casa del padre mio vi sono molti posti. Se no, ve lo avrei detto. Io vado a preparavi un posto'."L'ossimoro della moda, come quello della natura, è estrarre l'eterno dall'effimero": a condensare il senso della sua ricerca estetica era stata la stessa Laura Biagiotti, festeggiando due anni fa alla Milano Fashion Week i 50 anni di carriera. Mezzo secolo di creatività che l'ha spinta a guidare il made in Italy - tra le poche stiliste donne, insieme a Krizia - alla conquista dei mercati globali, diventando la prima griffe italiana a sfilare in Cina nel 1988, a Pechino, e la prima a varcare con la sua moda, nel 1995, le soglie del Grande Teatro del Cremlino a Mosca, nella vecchia sede del Pcus. Fino a essere incoronata dal New York Times con 'la Regina del cashmere' (Queen of cashmere)

La sua carriera è iniziata negli anni '60 quando, seguendo le orme della madre, Delia Soldaini Biagiotti, fondatrice di un atelier, ha cominciato a collaborare con i grandi nomi della moda italiana, da Roberto Capucci a Rocco Barocco. Nel 1966 la sua prima collezione per Schuberth. Nel 1972 la prima personale ha sfilato a Firenze, attirando l'attenzione della stampa e dei buyer. Dal 1980 viveva e lavorava nella campagna romana di Guidonia, nel castello Marco Simone, dell'XI secolo, riportato all'antico splendore assieme al marito Gianni Cigna, prematuramente scomparso nell'agosto 1996. Dall'unione è nata la figlia Lavinia, entrata in azienda nel 1997 e divenuta vice presidente dal 2005.

Molti i riconoscimenti della sua lunga carriera: nel 1992 a New York il premio Donna dell'Anno; nel 1993, a Pechino, il trofeo Marco Polo per aver portato l'industria italiana in Cina; nel 1995 l'onorificenza di Cavaliere del Lavoro dal Presidente della Repubblica Scalfaro per l'alto contributo dato alla diffusione del prestigio del Made in Italy nel mondo. Ha ricevuto ancora il premio Marisa Bellisario e il premio speciale alla Carriera della Camera Nazionale della Moda. Nel 2002 le Poste italiane hanno emesso un francobollo dedicato alla stilista raffigurante un abito Biagiotti ispirato a profili della Roma Classica. Nel 2004 il sindaco di Roma Veltroni le ha conferito la Lupa Capitolina. Nel 2007 ha ricevuto il Leone Cristallo alla Carriera - Premio Casinò di Venezia durante il Gala Ufficiale a conclusione della 64/a Mostra del cinema. Nel 2011 e' stata la volta del Premio Leonardo, consegnato per la prima volta ad una donna, dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Il caso
L'ex premier, 'Non puoi dire che non ricordi. Non è un gioco'
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"Babbo devi dire tutta la verità ai magistrati": così Il Fatto quotidiano riporta un'intercettazione del 2 marzo di quest'anno tra Matteo Renzi e il padre Tiziano, alla vigilia della convocazione di quest'ultimo in procura, nell'ambito della vicenda Consip. Il brogliaccio è riportato nel libro del giornalista Marco Lillo 'Di padre in figlio'.

"E' una cosa molto seria", afferma l'ex premier, secondo quanto ricostruito da Lillo: "Devi ricordarti tutti gli incontri e i luoghi, non è più la questione della Madonnina e del giro di merda di Firenze per Medjugorje". E ancora: "Devi dire nomi e cognomi", "Mazzei è l'unico che conosco anche io". "È vero che hai fatto una cena con Romeo?", è la domanda dell'ex premier. E i carabinieri - riporta il quotidiano - annotano: "Tiziano dice di no e che le cene se le ricorda ma i bar no". Quindi Matteo Renzi: "Non ti credo e devi immaginarti cosa può pensare il magistrato". E ancora: "Andrai a processo, ci vorranno tre anni e io lascerò le primarie", "non puoi dire bugie o non mi ricordo e devi ricordarti che non è un gioco".

 

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Cronaca
Una voce indipendente, spesso ostacolato per le sue inchieste scomode
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di Silvio Rossi

 

ROMA - Per molti italiani è stato Zorro. Lo Zorro radiofonico, sempre controcorrente, mai allineato, un esempio del giornalismo italiano.Ha iniziato a scrivere su Paese Sera e Tuttosport nei primi anni settanta, per passare a Repubblica nel 1976, anno della sua fondazione. Beha sarà però conosciuto dal grande pubblico prima per la sua collaborazione con Andrea Barbato in “Va Pensiero”, un contenitore culturale domenicale dove si alternavano interviste e approfondimenti su molti argomenti ai commenti delle partite del campionato in diretta, formula ripresa anni dopo nella trasmissione Quelli che il calcio. Parallelamente Beha inizierà la trasmissione radiofonica che lo identificherà, Radio Zorro, una trasmissione di servizio dove giungevano quotidianamente richieste di intervento su molti argomenti. Nel 1995 la trasmissione si fuse con la storica “3131”, diventando il caso dell’anno, con centinaia di chiamate in diretta ogni giorno.


Spesso ostacolato dalle dirigenze, sia di destra che di sinistra, ha continuato a portare avanti con coerenza le proprie trasmissioni (Brontolo in TV, Radio a Colori e Beha a Colori in radio), e le sue inchieste. Tra le sue pubblicazioni, le più conosciute sono state Italiopoli, un viaggio contro i poteri forti, e Indagine sul calcio, una denuncia delle combine che spesso si effettuano nel milionario mondo del pallone. A 69 anni Beha muore a Roma dopo una breve malattia, circondato dall’affetto della sua famiglia.

L’ordigno rudimentale, posto in una scatola di ‘plastica e probabilmente telecomandato, era stato lasciato fra due auto ferme nel parcheggio
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di Roberto Ragone

 

ROMA - Esplosione in strada, stamattina, attorno alle dieci, in via Marmorata, quartiere Aventino, davanti all’ufficio postale. Testimoni raccontano di aver sentito due esplosioni, la seconda più potente. L’ordigno rudimentale, posto in una  scatola di ‘plastica e probabilmente telecomandato,  era stato lasciato fra due auto ferme nel parcheggio riservato all’ufficio postale, e ha causato un principio d’incendio che ha danneggiato uno dei due veicoli, pare un furgoncino delle Poste. Sul posto, artificieri, scientifica e pompieri stanno vagliando le varie ipotesi, nessuna delle quali  al momento viene scartata. Prende tuttavia corpo il sospetto di una pista anarchica. La Polizia parla di ‘un atto dimostrativo, in quanto pare che l’ordigno non fosse atto ad offendere. Gli artificieri hanno rinvenuto anche due bottiglie di plastica da mezzo litro con residui di liquido infiammabile. Si stanno analizzando i filmati delle telecamere di sorveglianza, ma al momento non ci sono notizie in merito. Dopo l’esplosione, l’edificio delle Poste è stato evacuato in via precauzionale. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo, e i magistrati di Piazzale Clodio attendono una informativa da parte delle forze dell’ordine intervenute. La zona è stata transennata

L'emergenza
Un dramma annunciato, dove come sempre la politica le istituzioni non riescono mai a trovare una risposta.
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di Marco Staffiero

 

E' emergenza criminalità, emergenza immigrazione, emegenza abitativa, emergenza rifiuti, disastri ambientali e crisi economica. Che altro aggiungere? A poche ore dalla strage avvenuta martedì notte nel quartiere Centocelle di Roma in cui hanno perso la vita tre sorelle rom di 20, 8 e 4 anni ha riacceso i riflettori sulla condizione di emergenza abitativa in cui vivono migliaia di persone di etnia rom e sinti in Italia. Un dramma annunciato, dove come sempre la politica  le istituzioni non riescono mai a trovare una risposta. Roma, come il resto del Paese sta vivendo una situazione catastrofica. Interi quartieri nel decrado più assoluto. Non facciamo una critica di colore politico, sono tutti responsabili. Nessuno escluso. 
 
Secondo l'ultimo rapporto annuale elaborato dall'Associazione 21 Luglio, a fronte di un numero imprecisato di persone appartenenti alle comunità rom presenti in Italia (le stime si mantengono all'interno di un'ampia forbice compresa tra le 120.000 e le 180.000 unità), sono circa 28.000 unità le persone di etnia rom e sinti che vivono in emergenza abitativa, ovvero in baraccopoli formali, in baraccopoli informali, in micro insediamenti, in centri di raccolta rom. Circa 1.300 persone, in prevalenza sinti, vivono invece in una cinquantina di microaree collocate nell'Italia Centro-Settentrionale. Le baraccopoli istituzionali, insediamenti monoetnici totalmente gestiti dalle autorità pubbliche, sono 149 in totale e si distribuiscono su 88 comuni dal Nord al Sud del Paese. Ben 18.000 sono le persone di origine rom che vivono in questi insediamenti, tra questi, il 55% ha meno di 18 anni, il 37% possiede la cittadinanza italiana mentre sono 3000 i rom provenienti dall'ex Jugoslavia che si stima siano a rischio apolidia, tra essi la metà sono minori.
 
Negli insediamenti informali, prosegue il Rapporto, è stata calcolata la presenza di circa 10.000 unità - per il 90% di nazionalità rumena - mentre i centri di raccolta per soli rom attualmente attivi sono 3, due al Nord e uno al Sud. Le condizioni di vita dei rom che vivono in questi insediamenti sono nettamente al di sotto degli standard igienico-sanitari, l'aspettativa di vita tra queste persone è di 10 anni inferiore rispetto alla media della popolazione italiana. Negli insediamenti informali e nei micro insediamenti il 92% dei residenti sono di cittadinanza rumena. L'Italia, ha lamentato l'Associazione, anche nel 2016 ha perseverato con la "politica dei campi" così come l'attuazione della Strategia Nazionale d'Inclusione dei Rom. La questione dell'alloggio è l'ambito che ha registrato i risultati più scarsi e nel corso del 2016 tre enti internazionali di monitoraggio dei diritti umani hanno diffuso le loro raccomandazioni sull'Italia.
Cronaca
Le bambine avrebbero riferito inoltre al padre che il nonno sarebbe entrato in bagno mentre facevano la doccia
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di Angelo Barraco
 
 
CASARANO – Le storie d’amore non sempre hanno un lieto fine e non sempre l’arrivo dei figli riesce a sanare le crepe pregresse, che con il passare del tempo diventano vere e proprie voragini che inghiottiscono lentamente la coppia in un baratro di incomprensione senza via d’uscita . Giampietro è sposato con una donna con la quale ha avuto tre figli. La coppia inizialmente risiede in una casa adiacente a quella dei genitori di Giampietro ma successivamente si trasferisce in una nuova abitazione. Il matrimonio sembra però non andare bene poiché sembrano esserci problemi all’interno della coppia, anche se  l’arrivo della terza figlia calma un po’ le acque. La quiete però sembra essere di facciata e la donna –a detta di Gianpietro- ben presto inizia a  manifestare un certo malessere che successivamente sfocia in vero e proprio turpiloquio, anche davanti alle figlie.
 
Il marito rimprovera alla donna inoltre di non adempiere alle faccende domestiche, pretendendo invece che siano le figlie ad occuparsene.  Alle bambine piaceva uscire insieme ai genitori e mangiare fuori, ma la reazione della madre –a detta del marito- non era propriamente positiva e accomodante e non appena arrivati sul posto sembra che la donna si rifiutasse persino di entrare all’interno del locale. Dai racconti resi dal marito emerge che la donna, quando si arrabbiava, diventava piuttosto aggressiva e avrebbe addirittura ferito le figlie con le unghie fino a lasciare dei lividi. Il marito accusa inoltre la moglie di aver trascurato le figlie anche nel vestiario poiché avrebbe fatto indossare loro abiti strappati e scuciti, malgrado ne avessero altri a casa e quando andavano da amici avrebbe fatto indossare loro  maglioncini sporchi e avrebbe imposto di non togliere il giubbotto.
 
Tale trascuratezza estetica avrebbe fatto nascere nelle figlie un profondo senso di vergogna nel relazionarsi con l’esterno tant’è  che –stando ai racconti del padre- una delle figlie si sarebbe rifiutata persino di scendere  al supermercato perché la madre le avrebbe fatto indossare pantaloni troppo corti. Secondo quanto dichiarato da Gianpietro, questo era uno dei motivi principali per cui litigavano spesso e la donna cominciava ad inveire anche contro le bambine, usando toni minacciosi. L’uomo inoltre accusa la donna di tener le bambine chiuse in casa e di non farle uscire, causando loro problemi di moto, la accusa di privarle dei loro giochi e di far sparire quelli che erano i regali della sua famiglia. Giampietro racconta che un’estate si trovava a casa e stava facendo dei lavoretti, la moglie si era alzata alle 10.00 e aveva cominciato a sgridare le figlie con parole piuttosto pesanti, lui, accortosi di ciò sarebbe entrato in casa dicendo alla moglie che non  avrebbe dovuto permettersi di toccare le bambine perché –secondo quanto asserisce Gianpietro- la donna aveva morso la figlia più grande lasciando i segni dei denti, il tutto sarebbe avvenuto soltanto perché la figlia avrebbe sbagliato a dire una parola al telefono con la madre di una compagna di scuola.
 
Anche i suoceri di Giampietro avrebbero influito in questo clima di tensione familiare, cercando di screditare alle bambine la figura padre in modo esplicito attraverso  ingiurie e usando toni minacciosi. Le piccole però raccontano tutto al padre, raccontano che il nonno gridava e batteva le mani sul tavolo dicendo frasi sconnesse e tutto ciò le impauriva. Le bambine avrebbero riferito inoltre al padre che il nonno sarebbe entrato in bagno mentre facevano la doccia, loro avrebbero cercato di farlo uscire mentre lui avrebbe cercato a tutti i costi di asciugarle. Giampietro parla di un clima di tensione e controllo in casa, dove alle bambine veniva proibito di chiamare il padre al cellulare e se il padre le chiamava loro sarebbero state obbligate a fare ascoltare la telefonata anche alla madre e in caso contrario avrebbero subito minacce. Le piccole parlano con il padre e raccontano un disagio familiare e un malessere che le turba e le inquieta, dove la serenità e la tranquillità sembra ben lontana da quelle mura.
 
La moglie permette a Giampietro di uscire con le bambine una volta a settimana per un’ora e tale momento implicherebbe un costante monitoraggio, da parte dei nonni, sugli spostamenti. Gianpietro parla inoltre di testimonianze raccolte dalle figlie in merito a maltrattamenti –che sarebbero avvenuti per mano dei nonni-  nei confronti della  più piccola; avrebbero raccontato infatti che alla piccola veniva dato troppo latte e che se lei non lo avesse bevuto tutto le bloccavano mani e piedi. Gianpietro spiega che la moglie  preferiva lasciare le bimbe sempre a casa dai suoi genitori dopo la scuola, piuttosto che a casa sua malgrado lui finisse prima di lavorare. Un giorno una delle figlie avrebbe raccontato al padre che mentre era seduta al tavolo, il nonno si sarebbe messo al suo fianco e avrebbe infilato la mano all’interno dei pantaloni toccandole il sedere.
 
Nel gennaio del 2009 Giampietro denuncia al Tribunale per i Minorenni di Lecce gravi abusi e molestie sessuali ai danni delle figlie da parte del nonno materno. Questa è la storia di un padre che aveva ricevuto le confidenze delle figlie maggiori e ritenne di dover fare un esposto al Tribunale per i Minori perché non sapeva come arginare una situazione di pericolo. Le parti in causa hanno sempre negato le accuse contestate. In merito alle accuse di natura sessuale c’è da precisare che sono soltanto attenzioni e non sono mai sfociate in vera e propria violenza sessuale. Lui fece un esposto al Tribunale dei Minori e–come ci spiega l’Avvocato- entro tre mesi furono portate via le figlie da entrambi i genitori e inserite in un istituto e si avviò un’indagine di natura civilistica. Le bambine ne hanno risentito tantissimo di questa situazione poiché il Tribunale dei Minori le ha riaffidate alla madre in costanza di indagine penale per violenza nei suoi confronti e nei confronti di suo padre. Le figlie sono state ascoltate in sede di incidente probatorio ben oltre due anni dopo i fatti e non hanno confermato le violenze.
Il caso
L'esposto è stato presentato in questura dal legale di Landucci, avvocato Susanna Campione il 9 gennaio 2017
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LUCCA - La ex moglie di Mario Cipollini, Sabrina Landucci, ha denunciato l'ex campione di ciclismo per lesioni. L'esposto è stato presentato in questura dal legale di Landucci, avvocato Susanna Campione il 9 gennaio 2017, secondo quanto riferisce oggi l'edizione online de La Gazzetta di Lucca. La Procura di Lucca ha aperto un fascicolo e il pubblico ministero che si occupa della vicenda è il sostituto procuratore della Repubblica Antonio Mariotti. 


L'episodio cui fa riferimento la denuncia si è svolto alcuni mesi fa all'interno di una palestra a Lucca, la donna sarebbe stata afferrata violentemente per il collo e costretta a fare ricorso alle cure del Pronto Soccorso. L'aggressione sarebbe avvenuta davanti a testimoni che si trovavano in quel momento nella palestra.

La Procura di Lucca ha aperto un fascicolo, affidato al sostituto procuratore della Repubblica Antonio Mariotti. Sarà il magistrato a valutare se procedere con la richiesta di rinvio a giudizio per il reato di lesioni o, eventualmente, archiviare la denuncia.

Mario Cipollini e Sabrina Landucci erano da tempo separati e il 16 dicembre 2016 avevano divorziato. Cipollini, 50 anni, è stato tra i migliori velocisti di tutti i tempi. Ha alle spalle un palmarès d'eccezione, con il record di vittorie al Giro d’Italia (42) e il titolo iridato conquistato nel 2002 a Zolder (Olanda). Si ritirò dalle competizioni nel 2005. Nel suo passato ci sono anche diverse disavventure giudiziarie, dalle quali è uscito sempre prosciolto sia in sede penale che in sede civile.

Sarà ora il magistrato a valutare se procedere con la richiesta di rinvio a giudizio per il reato di lesioni o, eventualmente, archiviare la denuncia. Mario Cipollini e Sabrina Landucci hanno divorziato il 16 dicembre 2016.

Bufera giudiziaria
L'inchiesta riguarda una serie di appalti di servizi pubblici che hanno interessato al momento la manutenzione del verde pubblico in città e nei cimiteri
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TERNI - Bufera giudiziaria nel capoluogo umbro dove a finire in manette è il primo cittadino e un componente della squadra. Il sindaco del Comune di Terni, Leopoldo Di Girolamo, e l'assessore ai Lavori pubblici Stefano Bucari, entrambi del Pd, sono stati arrestati, ai domiciliari, nell'ambito di un'indagine di polizia e guardia di finanza su una serie di appalti di servizi pubblici a cooperative locali.
A due componenti di cooperative sociali di tipo B è stato invece applicato il divieto temporaneo di esercizio dall'attività d'impresa.

L'indagine, in corso da tempo, ha riguardato una serie di appalti di servizi pubblici che hanno interessato al momento la manutenzione del verde pubblico in città e nei cimiteri, la gestione dei servizi cimiteriali e quella dei servizi turistici presso l'area della cascata delle Marmore. Tutti predisposti e gestiti - hanno rilevato gli investigatori - dall'attuale giunta municipale di Terni.

Secondo la procura di Terni il quadro emerso ha consentito di fare luce su quella che viene ritenuta la "illecita gestione della cosa pubblica" negli anni a cavallo tra il 2011 e il 2016 che invece di operare nel rispetto delle rispetto delle regole comunitarie e nazionali della libera concorrenza finalizzata alla scelta del miglior contraente, è stata improntata all'alterazione delle regole di mercato secondo un sistema illegale finalizzato a favorire le stesse cooperative sociali di tipo B, operanti nel territorio di Terni e con affluenza extraprovinciali ed extraregionali. Attraverso - secondo l'accusa - l'individuazione e il successivo inserimento nei bandi di gara di requisiti "spaziali" e "strutturali" quali il possesso di un'unità operativa sul territorio e l'inserimento lavorativo di persone svantaggiate.

Cronaca
Sulla scomparsa di Emanuela Orlandi ha dichiarato: "L'omicidio di Michele Sindona e quello di Roberto Calvi sono legati al sequestro Orlandi"
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di Angelo Barraco
 
L’ex Boss della Banda della Magliana Maurizio Abbatino, detto “Crispino”, noto al grande pubblico attraverso la serie ‘Romanzo Criminale’ con il nome “Il Freddo”, è adesso fuori dal programma di protezione che gli garantiva un’altra identità e una sicurezza. La stessa sicurezza con il quale la Banda della Magliana, dagli anni 70 fino in poi,  ha mosso i propri fili sulla città eterna, impregnando di sangue e piombo i mattoni e le pietre calpestate nei secoli da Re e conquistatori che hanno saputo modellare continuamente il suo volto.  Oggi Maurizio Abbatino non è più il Re della Roma conquistata a suon di spari, rombi di autovetture che fuggivano nella penombra e Rolex d’oro ai polsi. Quella città non fa più parte della vita di “Crispino”, che in un’intervista che ha rilasciato a Repubblica ha dichiarato “Non ero un boss ma un re. E adesso faccio fatica anche ad arrivare alla fine del mese: da quando mi hanno sbattuto fuori dal programma di protezione mi hanno tolto la casa e l'identità di copertura”. Il suo programma di protezione è terminato nel 2015, quando il Servizio Centrale del Viminale ha stabilito che per lui non vi fosse più alcun pericolo, adesso Crispino è un uomo libero ma la sua libertà si scontra con quello che è il suo passato poiché nel 1993, grazie alle sue dichiarazioni sono stati arrestati numerosi affiliati alla Banda della Magliana e oggi, molti di loro sono liberi. In merito a questo punto, Abbatino ha dichiarato a Repubblica “Non è solo per quello che ho detto che sono un bersaglio. Ma per tutte le cose che so e che non ho raccontato perché impossibili da dimostrare”. Nell’immaginario collettivo la Banda della Magliana rappresenta  la più grande organizzazione criminale italiana di tutti tempi, attraverso il quale si sono mossi innumerevoli personaggi che hanno saputo  tessere oscure trame attraverso azioni criminali atte a destabilizzare il potere costituito e l’ordine nazionale. Molte vicende che coinvolgono – direttamente o indirettamente- la Banda e i suoi componenti rimangono ad oggi senza risposte. Nel corso dell’intervista di Repubblica ad Abbatino viene chiesto cosa resta oggi della Banda della Magliana e lui risponde “Sopravvive attraverso persone che della Banda non hanno fatto parte ma che con noi sono entrati in contatto, e che solo per questo si sono fatti un nome. Per molti la Banda della Magliana è stata un'ottima garanzia”. Ha parlato inoltre di Carminati e del processo Mafia-Capitale “Io non ci voglio andare in quel processo. Carminati l'ha sempre fatta franca e anche questa volta finirà che lo grazieranno e sconterà solo qualche anno. Ha negato i suoi rapporti con noi della Magliana, ci ha chiamato "quelli che spacciavano droga". Per il tentato omicidio Parenti-Marchesi  c'era anche lui. L'ho detto anche in tribunale: era in macchina con me. Eppure è stato assolto, con un alibi tirato fuori a distanza di anni grazie alle amicizie che avevamo all'ospedale militare del Celio. Da quando è stato imputato nel processo per l'omicidio Pecorelli, Carminati è sempre stato protetto”. Nel corso dell’intervista parla anche del sequestro di Emanuela Orlandi “L'omicidio di Michele Sindona e quello di Roberto Calvi sono legati al sequestro Orlandi. Se non si risolve il primo non si arriverà mai alla verità sulla fine di Calvi e sulla scomparsa della ragazza. I tre casi sono collegati da un flusso di soldi finiti nelle casse del Vaticano e mai restituiti”. 
 
Negli anni 70 Trastevere era un quartiere povero, dove le case sono prive servizi, abitate da operai e piccoli artigiani. Nel quartiere, di notte si svolgono attività criminali come prostituzione e bische clandestine. Tra questi vicoli c’era il forno della famiglia Giuseppucci, famiglia semplice. Franco, il figlio del proprietario, lavora lì sin da bambino ed è proprio in quel contesto che si guadagna  il suo soprannome, “Er Fornaretto”. Ma il Fornaretto all’odore del pane preferisce l’odore dei soldi, così nel tempo libero frequenta una sala di corse ad Ostia, dove impara che i criminali godono di rispetto e che i soldi si possono raddoppiare facilmente come altrettanto facilmente si possono perdere. Nel 1976 Franco Giuseppucci ha poco meno di 30 anni, ha compiuto qualche piccola rapina, decide che deve rischiare e come prima mossa stringe amicizia nell’ambiente criminale locale, offrendosi di custodire armi nella roulotte di sua proprietà. 
Il 14 gennaio 1976 la roulotte viene perquisita e viene sequestrato l’arsenale e Giuseppucci viene arrestato. Pensa che la sua carriera da criminale termina con l’arresto, ma è proprio l’ambiente carcerario di Regina Coeli ad offrirgli nuove alleanze, acquisisce la fama di duro ed un nuovo nome di battaglia: “Er Negro”, per via della sua carnagione scura. Quando esce ha capito dove ha sbagliato e si è prefissato un obbiettivo, diventare il più importante boss della mala romana. La prima regola di un boss è avere un gruppo d’uomo, Er Negro recluta i suoi amici di sempre. Il primo ad essere reclutato è Renzo Danesi. Er Negro ha stretto alcune alleanze, ma all’inizio del 1977 è ancora un piccolo criminale di quartiere, ha ripreso a custodire armi per conto d’altri. Questa volta le tiene con se, nascoste in un borsone all’interno della sua auto, fino al giorno in cui la sua auto viene rubata. Infuriato per il furto inizia a cercare colui che ha commesso il furto, le informazioni che raccoglie lo conducono ad un giovane ladro del quartiere Magliana, Maurizio Abbatino detto “Crispino” per via dei suoi capelli ricci. Giuseppucci deve decidere se andare da Abbatino e vendicarsi per il furto oppure allearsi. Giuseppucci propone a Crispino di usare insieme quelle armi per mettere in atto un colpo che li possa arricchire per davvero. La proposta viene accolta e nasce così la Banda della Magliana. 
L'Operazione
Carabinieri del Gruppo Forestale di Terni in azione per prevenire il fenomeno
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TERNI - Prosegue incessante l’attività di prevenzione e contrasto delle attività illegali nel comparto agro- alimentare da parte dei Carabinieri del Gruppo Forestale di Terni. In particolare, a seguito di svariate segnalazioni pervenute da alcuni cittadini e dalle associazioni di pesca sportiva, sono state intensificate le attività di controllo sul lago di Corbara finalizzate al contrasto della pesca illegale esercitata attraverso l’utilizzo di reti e di altri mezzi non consentiti.


Questo tipo di pesca illegale comporta infatti un rilevante impatto sulla fauna ittica del lago; pesca che deve essere effettuata da pescatori professionali, con conoscenza delle giuste tecniche e della normativa di settore, per impedire la distruzione di habitat naturali e la perdita di biodiversità.
L’attività di controllo eseguita negli ultimi giorni dai reparti Carabinieri Forestale del comprensorio Orvietano-Amerino, si è conclusa con l’individuazione ed il conseguente sequestro di circa 2000 metri lineari di rete da pesca di altezza di 4 mt, posizionata, prevalentemente nell’arco notturno al fine di non farsi scoprire dalle FF.OO., in una zona del lago idonea alla cattura di diverse specie ittiche attualmente in fase di riproduzione.


Il recupero della rete ha consentito la liberazione e la immediata reimmissione nelle acque di circa 5 q.li di esemplari di pesci tra i quali carpe, carassi e lucioperca, molti dei quali con ventre rigonfio di uova e prossimi alla deposizione.
Nel corso dei controlli effettuati sono state identificate una decina di persone prevalentemente di nazionalità rumena e controllati i loro mezzi di trasporto.
 

Cronaca
Manifestanti cercano di sfondare il cordone della polizia
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LUCCA - Sono 5 o 6 i rappresemtanmti delle forze dell'ordine rimasti contusi nel corso degli scontri avvenuti all'altezza di Porta San Jacopo a Lucca dove i manifestanti hanno cercato di sfondare il cordone della polizia per entrare nel centro storico. Tra i contusi ci sarebbe anche un funzionario.

In questo momento i manifestanti si stanno raggruppando a circa 200 metri dalle mura, controllati a distanza dalle forze dell'ordine che si sono ritirate dopo la carica di alleggerimento prolungata. 

L'inchiesta
Scafarto avrebbe attribuito frase su Tiziano Renzi a Romeo invece che a Bocchino
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Il capitano del Noe, Giampaolo Scafarto, è indagato dalla procura di Roma per falso in quanto autore di un'informativa nell'ambito dell'inchiesta Consip in cui da un lato avrebbe accreditato erroneamente la tesi della presenza dei servizi segreti nel corso degli accertamenti e, dall'altro di aver attribuito ad Alfredo Romeo e non a Italo Bocchino una frase intercettata: "...Renzi l'ultima volta che l'ho incontrato". Interrogato oggi Scafarto si è avvalso della facoltà di non rispondere.

L'Anac ha avviato la procedura per il commissariamento della Romeo Gestioni Spa e del Consorzio Stabile Romeo Facility Services 2010. Le società fanno capo ad Alfredo Romeo, coinvolto nell'inchiesta sul mega-appalto Consip da 2,7 miliardi per l'Fm4, il facility management per le pubbliche amministrazioni. L'iter - a quanto si apprende - è partito nei giorni scorsi. L'Autorità nazionale anticorruzione, guidata da Raffaele Cantone, ha quindi avviato le verifiche che potrebbero sfociare nell'istanza di commissariamento al prefetto di Napoli. 

Cronaca
Il gestore egiziano di un autolavaggio di Terni veniva sanzionato per l’impiego di due lavoratori in nero, accertamento che comportava l’ulteriore sanzione dell’immediata sospensione dell’attivi
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TERNI - Continuano i controlli disposti dal Comando Provinciale di Terni che, sotto il coordinamento della Prefettura di questo capoluogo, hanno come obiettivo la verifica del rispetto delle normative sulla salute, sull’ambiente e sul lavoro. Nello specifico l’Arma territoriale, insieme ai militari dei reparti speciali del NOE, del Nucleo Ispettorato del Lavoro Carabinieri di Terni ed dei Carabinieri Forestali e con il supporto di personale dell’ARPA Umbria – Sezione di Terni, hanno controllato una serie di autolavaggi su tutto il territorio provinciale.
Al termine dei controlli, che hanno interessato una decina di autolavaggi, sulla scorta delle irregolarità riscontrate, si procedeva, come di seguito dettagliatamente indicato, alla denuncia a piede libero di una persona ed all’irrogazione di 7 sanzioni amministrative, per complessivi 25.000 €, nei confronti di altre due:
- la proprietaria italiana di un autolavaggio di Terni veniva denunciata per inosservanza delle prescrizioni autorizzative non avendo provveduto all’effettuazione del campionamento delle acque reflue;
- il gestore egiziano di un autolavaggio di Terni veniva sanzionato per l’impiego di due lavoratori in nero, accertamento che comportava l’ulteriore sanzione dell’immediata sospensione dell’attività stessa;
- il gestore, anche questo egiziano, di un autolavaggio di Amelia, oltre a subire la doppia sanzione dell’immediata sospensione dell’attività a seguito dell’accertamento dell’impiego di tre lavoratori in nero, veniva sanzionato per omessa tenuta del registro di carico/scarico dei rifiuti pericolosi e per il mancato rispetto delle prescrizioni dell’autorizzazione di scarico delle acque.
La specifica verifica rientra in uno dei tanti servizi che l’Arma di Terni organizza, sfruttando le specifiche competenze degli altri organi istituzionali deputati ai controlli, per garantire, nell’interesse del cittadino, la tutela dell’ambiente, il rispetto dei lavoratori ed anche la concorrenza leale.

Il caso
Il vice presidente della Camera: "Starò qui pochi giorni, ma sono stato costretto, come immaginate, a far saltare tutti gli impegni del week end"
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ROMA - Il vice presidente della Camera ed esponente del M5S Luigi Di Maio, a quanto si apprende, ha avuto un malore nel pomeriggio ed è ricoverato d'urgenza all'ospedale Gemelli a Roma. L'area interessata dal malore, si apprende ancora, sembrerebbe essere quella intestinale e i medici starebbero valutando se procedere o meno con un intervento sul paziente, descritto come particolarmente sofferente.

Gemelli: 'accertamenti tranquillizzanti' - "Il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, per l'insorgenza di dolori addominali, si è recato presso il Pronto Soccorso del Policlinico Gemelli dove ha effettuato accertamenti clinici e strumentali che hanno dato risultati tranquillizzanti". E' quanto si legge in una nota dell'ospedale. ''I medici curanti del Policlinico Gemelli, professori Giovanni Battista Doglietto e Antonio Gasbarrini, d'accordo con il paziente, hanno tuttavia deciso di trattenerlo in ospedale per ulteriori indagini diagnostiche''.

Di Maio,sono tranquillo, starò in ospedale pochi giorni - "Sono stato ricoverato al Gemelli per delle visite di controllo. Starò qui pochi giorni, ma sono stato costretto, come immaginate, a far saltare tutti gli impegni del week end. Mi dispiace per gli attivisti che avevano preparato gli incontri in Piemonte e in Sardegna. Appena fatti i dovuti controlli vi prometto che organizzeremo nuovamente. Qui sono tutti molto gentili e professionali e sono molto tranquillo. Vi terrò aggiornati. Buon fine settimana!". Lo scrive, in un post su Facebook, il vice presidente della Camera Luigi Di Maio

Tutti uniti contro la violenza
Il mondo della scuola, del tifo, della cultura e delle istituzioni affrontano il tema del bullismo del rispetto della legalità nello sport, con oltre 500 studenti
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MONTECATINI
- Si è appena concluso a Montecatini un interessante incontro-dibattito, organizzato dall’Associazione Nazionale Polizia di Stato di Pistoia e del Comune di Montecatini. E’ stato affrontano il tema del bullismo e del rispetto della legalità nello sport alla presenza del mondo della scuola, del tifo, della cultura e delle istituzioni e di oltre 500 ragazzi delle scuole medie inferiori e superiori. Emozionante il lungo applauso di oltre 500 studenti a seguito dell'intervento di Marisa Grasso, vedova dell'ispettore di polizia Filippo Raciti, ucciso nel febbraio 2007 durante gli scontri tra tifosi di Catania e Palermo. Un entusiasmo autentico, sintomo di una nuova generazione che ha pieno rispetto della divisa del poliziotto e quindi delle istituzioni che onorano quotidianamente un servizio alla collettività

E’ stata una riflessione a più voci, moderata dal giornalista Franco Morabito, presidente dei giornalisti sportivi toscani, molto apprezzata dai ragazzi delle scuole medie inferiori e superiori della città. Sono intervenuti il prefetto Angelo Ciuni e il questore Salvatore La Porta di Pistoia; il sindaco Giuseppe Bellanti e il vicesindaco Ennio Rucco di Montecatini; il prefetto Francesco Tagliente, già questore di Firenze, di Roma e prefetto di Pisa; Marisa Grasso; la criminologa Silvia Calzolari e la dirigente del commissariato di Montecatini Mara Ferasin.


Hanno preso la parola anche il rappresentante dei tifosi Empoli Athos Bagnoli, presidente dell'Unione Clubs Azzurri, prezioso punto di riferimento della scuola del tifo, per educare i tifosi, siano essi piccoli o grandi, a fare il tifo in modo corretto sulle tribune e il rappresentante della squadra di basket di serie B di Montecatini
L’evento, organizzato per il giorno del 39esimo anniversario del rapimento Moro, per non dimenticare e per educare alla legalità, è stato preceduto dalla commemorazione della strage di via Fani con il contributo del giornalista Daniele Bernardini che ha ricostruito i momenti della strage.
Il sindaco Bellandi ha parlato dei cinque uomini di scorta uffici in via Fani, invitando gli studenti presenti a rispettare la legge e di conseguenza gli altri per imparare a convivere al meglio con i compagni e a non farsi attrarre da fenomeni negativi quali il bullismo o senza percorrere cattive strade che da giovani soprattutto sono facili da seguire.

Sul rapimento Moro è intervenuto il prefetto di Pistoia Angelo Ciuni illustrando ai ragazzi il significato della commemorazione. Sollecitato dal moderatore Franco Morabito ha preso la parola anche il prefetto Tagliente che ha ricordato le paure durante quegli anni di piombo. "Si generò un clima di pericolo, di insicurezza e di paura – ha detto Tagliente che all’epoca del rapimento Moro era Capitano del Reparto Volanti della Questura di Roma - anche perché venivano colpiti pure singoli cittadini, rappresentanti della società civile, della magistratura, del mondo carcerario e delle forze dell'ordine.
Molti rappresentanti delle forze di polizia, uscendo da casa, non sapevano se sarebbero tornati. La tensione e la paura, erano entrati a fare parte della quotidianità delle loro famiglie dei poliziotti. Consapevoli che alcuni colleghi erano stati colpiti con azioni inattese e imprevedibili anche a tradimento, al momento dell’uscita o rientro a casa, in tanti si videro costretti a cambiare continuamente abitudini, itinerari e orari di uscita e rientro. Ci fu chi decise di allontanare la famiglia dalla sede di servizio”.

Passando poi al tema del dibattito sport e bullismo Tagliente ha detto che “lo sport può essere anche una buona occasione per riflettere insieme su come agire per prevenire i fenomeni di Bullismo, ciberbullismo, mobbing, straining e stalking. Quando si tratta di fenomeni di bullismo tra ragazzi, la conflittualità va gestita puntando sulla educazione, sensibilità e la diffusione della consapevolezza facendo capire che, le libertà individuali devono poter convivere con i contrapposti interessi della collettività. Per contrastare il bullismo c'è bisogno di un lavoro comune tra genitori, insegnanti e ragazzi. Il punto di incontro comune a tutti e tre è la scuola. Nessun percorso di contrasto e lotta al bullismo può funzionare se non c'è interazione tra insegnanti, famiglie e ragazzi. L'area di raccordo è la scuola, ma solo se si condividono almeno alcuni obiettivi comuni. Il primo di questi è lo sviluppo della cultura del dialogo reciproco". “Per sviluppare la cultura del dialogo nei giovani – ha proseguito Tagliente - è fondamentale che anche ‘attori’ esterni alla formazione didattica e all'educazione familiare si interessino al problema. Ma attenzione – ha concluso Tagliente - è necessario che i progetti esterni di questi ‘attori’ anche se istituzionali, siano richiesti dal mondo scolastico per evitare che la scuola diventi un progettificio”.

Di educazione alla legalità e rispetto nello sport ha parlato diffusamente la vedova Raciti, Marisa Grasso che, al fine di diffondere un messaggio contro ogni forma di violenza, ha portato la sua testimonianza ricordando il sacrificio del marito per compiere il proprio dovere. Ha raccontato anche la vita dei familiari dei poliziotti: le ansie, il timore per il pericolo connesso al lavoro ma anche l’orgoglio per l’esempio che essi rappresentano e lasciano ai propri figli e a tutti i giovani.” Voi – ha detto Marisa Grassi agli studenti - siete la mia speranza per un futuro migliore” Al termine dell’intervento tutti i presenti si sono alzati in piedi per un lunghissimo applauso.

Trattando del tema “educazione alla legalità e rispetto nello sport”, Tagliente, sollecitato dal presidente dei giornalisti sportivi della Toscana ad affrontare la questione della gestione dei riottosi e dei tifosi violenti, ha fatto riferimento ai pilastri fondamentali della sua strategia: Dialogo anche con i più riottosi, rigore giuridico e lavoro di squadra.

Per quanto concerne in dialogo, Tagliente, ha fatto espresso riferimento alla politica del doppio binario: attenzione e rispetto da un lato ed estremo rigore dall’altro. Ha richiamato anche la necessità di ricercare il dialogo a tutti i costi anche con daspati e arrestati per tentare di renderli protagonisti della propria sicurezza. Per dimostrare che aprire un dialogo con la parte meno sana del tifo e con i più riottosi è possibile, Tagliente, ha fatto riferimento “Progetto daspo” avviato, con un piccolo esercito dei daspati romani per valutare, anche in assenza di istanza degli interessati, le condizioni per la eventuale modifica della durata del divieto. “Sono stati inoltrati 334 inviti a tifosi daspati, dei quali in 151 si sono presentati e 135 hanno accettato di compilare un questionario”.
“Ne è scaturito un confronto franco e proficuo - ha detto Tagliente - i risultati dell’indagine hanno fatto emergere la non conoscenza per molti delle conseguenze di un gesto ai loro occhi “banale”, inducendo in presenza delle idonee condizioni una modifica della durata del Daspo o addirittura la revoca. Scandagliando il campione – ha aggiunto- si è notato che in molti casi, alla determinazione della revoca o della modifica si è arrivati per dichiarato ravvedimento dopo l’esito dei colloqui. Il 52 per cento del campione si è detto favorevole all’iniziativa e il 59 per cento ha ritenuto positiva anche la propria partecipazione ad una campagna informativa. La disponibilità offerta dai diretti interessati anche a partecipare a campagne di educazione alla legalità dimostra la necessità di un ulteriore sforzo di cercare il dialogo a tutti i costi, per provare almeno a ridurre comportamenti dannosi.

Sul tema è intervenuto anche il questore di Pistoia Salvatore La Porta che, nel ripercorrere le tappe significative del percorso professionale fatto con il prefetto tagliente e con i rappresentanti dei tifosi dell’Empoli e della Fiorentina ha messo in evidenze alcuni punti di forza del modello attuato a Empoli e Firenze: rimozione delle recinsioni, gestione delle partite con la polizia lontana dagli impianti, Fan zone e somministrazione assistita delle bevande alcoliche anche ai tifosi inglesi.

Sollecitato dal giornalista Morabito a chiarire ai ragazzi con un esempio la strategia adottata per cercare il dialogo ad ogni costo anche con i tifosi inglesi e della importanza del rispetto anche per i tifosi più turbolenti, Tagliente, ha poi ricordato il caso della la lettera indirizzata a John Mackin, rappresentante dello 'Spirit of Shankly', il sindacato dei tifosi del Liverpool, per illustrare tutte le misure di prevenzione e accoglienza predisposte in occasione della loro trasferta a Firenze e per sapere se avevano delle particolari esigenze concludendo il messaggio con: vi accogliamo, divertitevi, ma rispettate la città, i suoi monumenti, il suo stadio e i suoi tifosi.
Il rappresentante dei tifosi del Liverpool rispondendo alla lettera aveva ringraziato per l'approccio precisando che "Bere alcolici prima delle partite fa parte della cultura dei tifosi inglesi e di quelli del Liverpool in particolare" invitando, a evitare il divieto assoluto della somministrazione di birra e alcolici. L'unico rischio, secondo il rappresentante dei supporter inglesi, potrebbe venire dai più giovani, che in ogni caso saranno una minoranza rispetto agli oltre 2.400 tifosi che si presenteranno davanti ai cancelli del Franchi per la Champions League.Pronta la risposta: in occasione delle due successive partite internazionali, Fiorentina-Liverpool e Fiorentina-Bayern Monaco, le forze dell’ordine, le categorie economiche e gli esercenti dei pubblici esercizi fiorentini hanno sperimentato un nuovo rapporto con le tifoserie ospiti. Anziché adottare il rigido divieto di vendita di alcolici, previsto per queste occasioni, è stato deciso di procedere al solo divieto di asporto delle bevande alcoliche. I tifosi, sparsi in piccoli gruppi nei locali pubblici, hanno potuto ordinare e consumare alcolici all’interno del locale, magari mangiandoci insieme anche qualche specialità tradizionale, per poi recarsi, a stomaco pieno, allo stadio. Anziché bighellonare per strada in comitive sorvegliate a vista dalle forze dell’ordine, anziché riempire di bottiglie vuote i parapetti dei lungarni e di cocci di vetro le carreggiate stradali, i tifosi “avversari” si sono dispersi nella molteplice offerta dei pubblici esercizi fiorentini in piccoli gruppi che non si sono fatti notare. Sarà stata la qualità dell’offerta, sarà stata la sensazione di sentirsi turisti, e non “gruppi paramilitari” osteggiati dai nativi, i tifosi delle squadre ospiti si sono comportati in modo encomiabile e anche le forze dell’ordine non hanno dovuto dispiegare i classici strumenti repressivi.

Nel corso del dibattito con i ragazzi l’attenzione è caduta sulla “tessera del tifoso”. Sul punto Tagliente ha chiarito che la tessera del tifoso è uno strumento odiato dalle tifoserie più accese, proprio per il difetto di comunicazione. Un rischio che avevo previsto – ha precisato- tentando di prevenirlo. Da presidente dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, nel mese di novembre del 2005, per corrispondere alle esigenze rappresentate dai presidenti delle società che lamentavano ritardi nel controllo accessi con i “biglietti nominativi” (introdotti pochi mesi prima, con il decreto Pisanu 6 giugno 2005), ho elaborato il progetto “Tessera del Tifoso”. Temendo che questo strumento potesse essere considerato imposto dall’alto, ho ritenuto di denominarlo “Carta del tifoso” - come risulta dal verbale della riunione del 9 novembre 2005, dell’Osservatorio Nazionale Manifestazioni Sportive - con l’obbiettivo di far accogliere il documento come "Tessera dei diritti del tifoso" La successiva gestione della comunicazione facendola percepire (erroneamente) imposta dall’alto, ha procurato danni alimentando l’odio verso i vertici istituzionali.

Il convegno è stato chiuso dalla criminologa Silvia Calzolari Con un interessante intervento "sui possibili percorsi devianti che accomunano il bullo e il potenziale tifoso violento come espressione delle stesse incapacità. In particolare - ha detto la Calzolari- entrambi presentano problemi di immagine di sé, andando alla ricerca di un'identità sociale basata su modelli negativi che vengono percepiti erroneamente come vincente"

Violenza sessuale
L’aggressore è stato riconosciuto sia dalla vittima che dai due suoi soccorritori
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TERNI - I Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Amelia (TR) hanno arrestato per violenza sessuale un 38enne nigeriano destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per aver molestato sessualmente una studentessa alla stazione ferroviaria di Attigliano (TR).
Alla fine del mese scorso infatti l’africano, titolare di permesso di soggiorno per asilo politico rilasciato a Treviso, città dalla quale si era però allontanato diventando di fatto senza fissa dimora, aveva avvicinato, all’interno del terminal del citato scalo ferroviario, una 19enne studentessa universitaria amerina pendolare con la capitale. L’uomo, che aveva infastidito la giovane con insistenti approcci di natura sessuale, dapprima solo verbali per poi passare alle vie di fatto, veniva messo in fuga dal tempestivo intervento in sua difesa di due uomini che attendevano il medesimo treno della vittima.
Le immediate indagini esperite dagli investigatori dell’Arma a seguito della denuncia presentata il giorno dopo dalla ragazza, che veniva accolta nella “Stanza tutta per sé” di questo Comando Provinciale dove raccontava il brutto episodio di cui era stata involontaria protagonista, permettevano di dare un’identità al molestatore sessuale. L’aggressore veniva infatti riconosciuto sia dalla vittima che dai due suoi soccorritori, che i militari riuscivano a rintracciare e che confermavano la dinamica dell’evento denunciato. Il preciso quadro probatorio così raccolto dai Carabinieri veniva subito inoltrato all’A.G. ternana che, accogliendolo, emetteva nei confronti del 38enne, già tratto in arresto nel giugno 2016 per violenza privata e lesioni commesse ai danni di una donna polacca a bordo di un convoglio ferroviario del Friuli, un’ordinanza di applicazione di misura cautelare in carcere per il reato di violenza sessuale. Il nigeriano, che veniva rintracciato ad Attigliano dai militari, veniva arrestato e tradotto presso il carcere di vocabolo Sabbione.

Cronaca
Solo qualche mese fa era crollato un cavalcavia sulla strada statale 36 ad Annone Brianza del lago di Como e dello Spluga
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di Angelo Barraco

ANCONA - Erano le 13.30, quando il cavalcavia numero 167 dell’Autostrada A14 posto al chilometro 235+800 all’altezza di Camerano, in provincia di Ancona precisamente tra Loreto e Ancona, è crollato. Un impatto violentissimo che ha cagionato la morte di due persone e il ferimento di altre tre persone  operai della Delabeh che stavano eseguendo dei lavori nella campata del ponte. Molti aspetti non sono ancora del tutto chiari poiché le indagini sono in corso ma ciò che sembra emergere è che le attività di sollevamento del cavalcavia erano state ultimate alle 11,30 e alle 13,30 –momento dell’incidente- il personale stata compiendo attività addizionali.
 
La Procura di Ancona ha aperto un fascicolo d’indagine per omicidio plurimo. Si apprende inoltre che l’area è stata posta sotto sequestro ed è stata inoltre autorizzata la demolizione della sezione di ponte caduta, il tutto per consentire la riapertura di quell’area che rimane sotto sequestro. Subito dopo il crollo è stato chiuso il tratto autostradale, successivamente è stata riaperta la carreggiata sud in direzione Pescara e poi il tratto nord Bologna Taranto. Nella giornata di ieri inoltre, Autostrade per l’Italia ha diramato una nota in cui ha comunicato quanto segue: “quanto accaduto oggi sul cavalcavia dell'A14 all'altezza di Camerano è un tragico incidente non prevedibile, determinato dal cedimento di pile provvisorie su lavori di innalzamento del cavalcavia necessari per ripristinare l'altezza dell'opera rispetto al nuovo livello del piano autostradale, dopo l'allargamento dell'autostrada a 3 corsie. Non si tratta dunque del cedimento strutturale del cavalcavia” precisando inoltre che “la piena sicurezza e stabilità strutturale dei cavalcavia della propria rete, che sono costantemente monitorati e controllati". Intanto il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti sta istituendo una commissione di esperti per far luce su quanto accaduto sulla A14.
 
Il Ponte crollato era una struttura provvisoria posta a sostegno del cavalcavia che era chiuso a traffico, il ponte però si è spezzato ai lati e ha schiacciato la Nissan che in quel momento transitava al cui interno vi erano i due coniugi rimasti uccisi, si chiamavano Emidio “Mimmo” Diomedi di 60 anni e Antonella Viviani di 54 anni. La coppia era a bordo di una Nissan Qashqai e si stava recando all’ospedale di Torrette per una visita di controllo. Erano persone conosciute e amate da tutti, che contribuivano attivamente al benessere della società partecipando attivamente all’organizzazione di quelle che erano le feste del territorio e gli eventi che ogni anno attiravano tanta gente. I feriti invece sono tre operai romeni che ai soccorritori hanno riferito “Non ci abbiamo capito niente, ad un certo punto è crollato tutto, e ci siamo ritrovati per terra” aggiungendo “. l'Ing Giovanni Scotto Lavina, responsabile del procedimento presso Autostrade per l'Italia ha dichiarato "E' andata in crisi la struttura dell'insieme dei sostegni provvisori del ponte" aggiungendo "Stiamo facendo gli accertamenti del caso, il ponte è andato in crisi per i motivi che dovremo appunto accertare. La struttura di sostegno provvisorio è rimasta integra, questo ci teniamo a dirlo. E' una struttura in calcestruzzo: non è andata in crisi la struttura di calcestruzzo che sosteneva le travi fino all'inizio delle operazioni di sollevamento del cavalcavia. E' andata in crisi la struttura dell'insieme dei sostegni provvisori".
 
Intanto il PM Irene Bilotta, titolare dell’inchiesta, dichiara all’Ansa “'Mi riservo di valutare se esistano i presupposti per ipotizzare il reato di disastro colposo. L'errore umano? per definizione un reato colposo comprende anche l'errore umano, ma l'indagine è appena iniziata”. Intanto Autostrade per l'Italia "ha chiesto con estrema urgenza alle aziende che hanno progettato ed eseguito i lavori sul cavalcavia crollato in A14 una relazione dettagliata su quanto accaduto, per accertare eventuali errori umani e valutare possibili azioni a tutela". Una nota della società dice che il cantiere "era stato avviato il 7 febbraio e si sarebbe dovuto concludere, per quanto riguarda le attività sulle pile finalizzate all'innalzamento del cavalcavia, il 31 marzo".
 
Una vicenda che riporta alla mente quanto diversi mesi fa nel lecchese, dove è crollato un un cavalcavia sulla strada statale 36  ad Annone Brianza del lago di Como e dello Spluga’, tratto di cui Anas aveva chiesto la chiusura. Una persona è deceduta e quattro sono rimaste ferite, tre dei quali bambini e sono stati trasportati con codice giallo all’ospedale di Lecco, l’autista del tir invece ha riportato un trauma cranico ed è stato trasferito con codice giallo. Una vicenda che ha scosso l’Italia e ha portato il pensiero degli italiani sul problema sicurezza. Il camion era in transito e sarebbe letteralmente precipitato nella carreggiata sottostante, schiacciando due auto in transito. Claudio Bertini invece non ce l’ha fatta e risulta essere l’unica vittima dell’incidente. Un perimetro stradale sventrato e ripiegato su se stesso come fosse una pressa che schiaccia scatole  in metallo a quattro ruote che transitano indisturbate e una circolazione bloccata in entrambi i sensi di marcia. Intanto l’Anas, attraverso un comunicato riferisce: “il cantoniere Anas addetto alla sorveglianza del tratto della strada statale 36al km 41,900, sul quale alle ore 17.20 è ceduto il cavalcavia n. 17 della strada provinciale SP49, già attorno alle ore 14.00, avendo constatato il distacco di alcuni calcinacci dal manufatto, ha disposto immediatamente la loro rimozione e la parzializzazione della SS36 in corrispondenza del cavalcavia. Subito dopo il cantoniere, in presenza della Polizia Stradale, ha contattato gli addetti alla mobilità della Provincia di Lecco, responsabile della viabilità sul cavalcavia, e li ha ripetutamente sollecitati alla immediata chiusura della strada provinciale SP49 nel tratto comprendente il cavalcavia. Gli addetti della Provincia hanno richiesto un’ordinanza formale da parte di Anas che implicava l’ispezione visiva e diretta da parte del capocentro Anas, il quale si è attivato subito, ma proprio mentre giungeva sul posto il cavalcavia è crollato”, successivamente Anas informa attraverso un ulteriore comunicato “Anas, con i propri operai e con ditte specializzate, sta provvedendo assieme alla Polizia stradale e ai Vigili del Fuoco, al taglio delle travi della campata e sta partecipando alle operazioni di soccorso.È inoltre stato confermato che il Tir che è precipitato dal cavalcavia della strada provinciale SP49 era un trasporto eccezionale di notevole ingombro e peso, autorizzato dalla Provincia di Lecco.
 
Non risulta ancora verificato il peso effettivo del mezzo. Il cavalcavia era stato realizzato tra gli anni Sessanta e Settanta dalla Provincia di Como”. E sfogliando i nostri archivi e la nostra memoria ci salta alla mente il viadotto che collega Cosenza a Crotone lungo la Statale 107 che sembra versare in condizioni critiche. Sui social network è stato diffuso un video che è diventato presto virale in cui i cittadini cosentini hanno filmato la tratta regolarmente attraversata dalle autovetture ove è presente, nella parte centrale esterna, una sorta di pressione del ponte che induce gli elementi cementificati sospesi a ripiegarsi su loro stessi e creare uno spazio vuoto centrale, che potrebbe portare alla rottura della struttura a seguito di continue sollecitazioni e nella parte superiore dove vi transitano le autovetture è presente invece un avvallamento che porta le autovetture e tutti i mezzi pesanti che vi transitano a fare uno sbalzo ogni qualvolta attraversano quel determinato tratto. Il video immortala un’assenza di simmetria dell’asse del ponte e un’evidente inclinazione verso un lato ma tutto ciò non impedisce ai cittadini il libero transito. Tale viadotto si trova tra gli svincoli di Rovito e Celico in provincia di Cosenza e collega la provincia Bruzia con Crotone, passando attraverso la Sila e gli avvallamenti presenti nella struttura fanno allarmare i numerosi cittadini che quotidianamente vi transitano. La memoria storica dei cittadini non ha cancellato di certo la tragedia dell’agosto 1972, quando nel corso dei lavori di costruzione lo spostamento di un pilone cagionò il crollo parziale della struttura e la morte di quattro operai. Noi abbiamo raccolto le testimonianze di due persone della zona che hanno attraversato recentemente il ponte e ci ha riferito che ad occhio nudo non si vede nulla e il ponte è attraversabile e hanno appreso però della pericolosità del ponte attraverso la tv. Ci hanno riferito inoltre che non vi sono segnali di avvertimento sul ponte che indicano il pericolo e non si sentono tranquilli ad attraversarlo poiché non vi sono nemmeno segnali di deviazione del corso stradale e sul ponte vi erano macchine che andavano anche a velocità sostenuta. Abbiamo chiesto se sul ponte ci passano anche camion è la risposta che ci è sopraggiunta a tal proposito è stata affermativa. I cittadini che ci hanno comunicato tale disagio che vivono nell'attraversare una struttura che secondo loro è instabile e ci hanno riferito inoltre che alcuni abitanti del luogo hanno riferito loro di evitare di passare sul ponte e hanno consigliato loro di prendere una deviazione ma sul ponte non vi sono segnali che avvertono di un eventuale pericolo.
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