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Cronaca
Le accuse sono di associazione di tipo mafioso armata, detenzione e porto illegale di armi, anche da guerra, traffico di sostanze stupefacenti, con l’aggravante del metodo mafioso
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Red. Cronaca

 
BARI
- Decapitato il clan Strisciuglio. È in corso una importane operazione antimafia dei Carabinieri del Comando Provinciale di Bari. Oltre 100 militari, supportati da un Elicottero e cani antidroga, con metal detector e sofisticate strumentazioni tecnologiche, sono impegnati in arresti e perquisizioni a tappeto alla ricerca di armi e droga. Annientati i vertici ed il braccio armato di uno dei più agguerriti gruppi criminali della città. L’indagine del Nucleo Investigativo del Reparto Operativo, durata oltre due anni, è stata coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia del capoluogo pugliese. Le accuse sono di associazione di tipo mafioso armata, detenzione e porto illegale di armi, anche da guerra, traffico di sostanze stupefacenti, con l’aggravante del metodo mafioso. Sequestrati all’organizzazione un micidiale Kalashnikov, giubbotti antiproiettile, pistole e centinaia di munizioni.

La sentenza
Secondo la Corte, infatti, "l'insussistenza di un legame genetico tra i minori e il padre non è di ostacolo al riconoscimento di efficacia giuridica al provvedimento straniero
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TRENTO - Per la prima volta viene riconosciuta anche in Italia a due uomini la possibilità di essere considerati padri di due bambini nati negli Usa grazie a maternità surrogata. La decisione, che nel sito "www.articolo29.it" viene definita "storica", è stata presa dalla Corte d'Appello di Trento che con un'ordinanza ha disposto il riconoscimento di efficacia giuridica "al provvedimento straniero che stabiliva la sussistenza di un legame genitoriale tra due minori nati grazie alla gestazione per altri e il loro padre non genetico".

Nell'ordinanza, che porta la data 23 febbraio, si stabilisce un "principio importantissimo", come spiega il direttore del portale di studi giuridici di "Articolo 29", Marco Gattuso, e cioè "l'assoluta indifferenza delle tecniche di procreazione cui si sia fatto ricorso all'estero, rispetto al diritto del minore al riconoscimento dello status filiationis nei confronti di entrambi i genitori che lo abbiano portato al mondo, nell'ambito di un progetto di genitorialità condivisa".

Si tratta di "una pronuncia di assoluta rilevanza", aggiunge Gattuso, in quanto "per la prima volta un giudice di merito applica, in una coppia di due padri, i principi enunciati dalla Corte di cassazione, con la sentenza n. 19599/2016, in tema di trascrizione dell'atto di nascita straniero recante l'indicazione di due genitori dello stesso sesso". Secondo la Corte, infatti, "l'insussistenza di un legame genetico tra i minori e il padre non è di ostacolo al riconoscimento di efficacia giuridica al provvedimento straniero: si deve infatti escludere che nel nostro ordinamento vi sia un modello di genitorialità esclusivamente fondato sul legame biologico fra il genitore e il nato; all'opposto deve essere considerata l'importanza assunta a livello normativo dal concetto di responsabilità genitoriale che si manifesta nella consapevole decisione di allevare ed accudire il nato; la favorevole considerazione da parte dell'ordinamento al progetto di formazione di una famiglia caratterizzata dalla presenza di figli anche indipendentemente dal dato genetico, con la regolamentazione dell'istituto dell'adozione; la possibile assenza di relazione biologica con uno dei genitori (nella specie il padre) per i figli nati da tecniche di fecondazione eterologa consentite".

Cronaca
E’ la prima volta che all’interno del quartiere viene contestato il reato di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti.
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Red. Cronaca


PALERMO - I Carabinieri della Compagnia Palermo San Lorenzo hanno eseguito 24 ordinanze di custodia cautelare, 19 in carcere e 5 ai domiciliari, emesse dal G.I.P. del Tribunale di Palermo, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia della locale Procura della Repubblica, nei confronti dei componenti di un’associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti.

I provvedimenti scaturiscono dalle indagini coordinate dal Procuratore della Repubblica, Francesco LO VOI, dal Procuratore aggiunto, Dott.ssa Teresa PRINCIPATO, dai Sostituti Procuratori della DDA, Dott. Siro DE FLAMMINEIS e Dott.ssa Annamaria Picozzi, in collaborazione con i Sostituti Procuratori della Repubblica di Palermo Dott. Bruno BRUCOLI e Dott.ssa Silvia BENETTI e condotte dai militari del Nucleo Operativo della Compagnia Carabinieri di Palermo San Lorenzo.

L’attività d’indagine, sviluppata tra i padiglioni del quartiere ZEN 2, ha:

-          permesso di ricostruire dettagliatamente l’attività illecita e la struttura criminale realizzata dagli indagati, delineando tutti i componenti di un’articolata consorteria;

-          confermato la presenza di un’attività di spaccio tra via Pensabene e le aree limitrofe, corrispondenti, in particolare, a via Nedo Nadi e ai vicoli che costituiscono un corridoio tra i padiglioni di via Costante Girardengo.

L’indagine, denominata “TESEO”, è stata avviata nel novembre 2015, quando i militari del Nucleo Operativo, sulla base di alcuni arresti effettuati in flagranza di reato, hanno dato il via alle attività tecniche.

Le successive risultanze investigative hanno consentito di disarticolare l’organizzazione dedita allo spaccio di stupefacenti, retta da un triumvirato composto da MAZZA Antonino, ZARCONE Massimiliano, BONURA Salvatore, individuati quali “promotori” delle attività con funzioni direttive su diversi “pusher”, il cui operato è sempre stato supervisionato da altrettanti “fiduciari”, CATANZARO Salvatore e PULEO Paolo, costituenti un livello intermedio tra il vertice e la manovalanza, deputati a gestire le scorte di droga, la ripartizione delle dosi e la raccolta del denaro realizzato dalle innumerevoli cessioni di droga ampiamente monitorate.

 

E’ la prima volta che all’interno dello Zen 2 viene contestato il reato di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti.

Le dinamiche oggetto di osservazione hanno fatto emergere che le illecite attività non erano il frutto dell’occupazione occasionale e autonoma di una serie di individui, ma il risultato di una complessa struttura organizzata i cui partecipanti ne condividevano pienamente e consapevolmente scopi, strategie, rischi e profitti.

Fin dai primi riscontri ottenuti attraverso i sequestri di sostanze stupefacenti e dalla verifica dei luoghi di occultamento individuati grazie ai servizi di osservazione, sono emersi indizi che hanno indotto i carabinieri ad ipotizzare l’esistenza di un’associazione criminale.

È così progressivamente emerso, in maniera inequivocabile, come una regia comune guidava l’operato dei singoli pusher, poiché tutti gli indagati comunicavano costantemente tra loro e scambiavano gli involucri costituenti le piccole scorte di sostanza stupefacente e addirittura le somme di denaro costituenti provento illecito, nonché individuavano ed utilizzavano i diversi luoghi di occultamento della sostanza stupefacente, ripartendola in nascondigli differenti in base alla tipologia della stessa (cocaina, hashish e marijuana), confezionata secondo modalità precise e costanti nel tempo (stecchette di hashish, bustine di marijuana, piccoli involucri a goccia per la cocaina). Le attività delittuose erano regolate secondo una suddivisione in “turni”, cosicché ad una prima fase che comprendeva tutta la mattinata, seguiva una seconda che abbracciava l’intero pomeriggio, fino alla sera, dopodiché, la notte fino alle ore 08:00 circa; ad ogni cambio turno, è stato puntualmente rilevato un metodico “passaggio di consegne” – ossia il conteggio e l’eventuale ripartizione delle dosi avanzate e del denaro ricavato – tra gli spacciatori che coprivano il turno appena terminato e coloro che subentravano.

Significativo, inoltre, è ciò che è accadeva quando i militari del Nucleo Operativo o della Stazione Carabinieri di San Filippo Neri intervenivano nell’area d’interesse, procedendo all’arresto di uno o più pusher ed al rinvenimento e sequestro delle dosi di droga astutamente occultate in più anfratti: i “capi” intervenivano sui luoghi, ispezionandoli ed impartendo direttive ai gregari, poiché i traffici dovevano proseguire, dimostrando particolare dimestichezza nel far fronte alle sopravvenute esigenze. Scendere in piazza, farsi vedere in mezzo ai padiglioni da tutti gli altri pusher ancora presenti e non arrestati dai Carabinieri, rassicurava la “piazza” e allo stesso tempo veicolava ai sodali un’immagine di potenza ed immunità nei confronti delle azioni dell’Arma dei Carabinieri.

Il sodalizio, in sostanza, si attivava prontamente dopo l’arresto di un pusher, poiché, dopo un breve periodo verosimilmente destinato alla riorganizzazione, veniva sostituito da altri complici, così come i diversi tipi di sostanza stupefacente trovavano altre collocazioni tra i veicoli posteggiati o nei punti ritenuti più congeniali all’interno degli androni e dei corridoi dei padiglioni o, ancora, nei terreni incolti circostanti. A fronte di un intervento dei Carabinieri, pertanto, l’attività di spaccio non si fermava, poiché il sodalizio si riorganizzava prontamente e, con sfacciata pervicacia, rimediava all’arresto di uno o più pusher reclutando nuove leve tra persone nuove e poco conosciute che, reiterando la condotta criminale, assicuravano continuità ai lucrosi affari. Sovente erano gli stessi indagati arrestati o denunciati a replicare, dedicandosi alle consuete occupazioni illegali, già a partire dal giorno successivo all’intervento dei Carabinieri, come accaduto per CATANZARO Salvatore, BRANCATO Nunzio e MOCEO Benedetto, quest’ultimo vittima del tentato omicidio proprio nei padiglioni dello ZEN da parte del figlio.

È stato accertato inoltre che, periodicamente, i pusher venivano approvvigionati da altri complici delle dosi di sostanze stupefacenti necessarie ad alimentare l’attività di spaccio e che la sostanza era immagazzinata in abitazioni prospicienti le strade dove lo spaccio era esercitato ovvero in qualcuno dei numerosi box realizzati – il più delle volte abusivamente – negli angusti spazi esistenti tra i padiglioni del quartiere. In ogni caso, è significativo come tutto accadesse in un ristretto spazio tra via Pensabene - via Nadi - via Costante Girardengo, all’interno di un’area costantemente presidiata dagli odierni arrestati. Anche nel tardo pomeriggio, di sera e durante tutta la notte, difatti, veniva riscontrata la presenza degli spacciatori in quegli stessi luoghi.

L’organizzazione, inoltre, era caratterizzata dal vincolo derivante dal rapporto parentale, poiché ad essa partecipavano, a vario titolo, componenti della stessa famiglia, come per il nucleo composto da ZARCONE Massimiliano, BILLECI Elena e ZARCONE Antonino, nonché quello composto da MAZZA Antonino e dal figlio Gabriele, famiglie, peraltro, legate da ulteriori vincoli nati dall’unione dei rispettivi figli.

Sintomatico, al fine di comprendere il contesto in cui si sviluppavano le attività illecite oggetto dell’indagine, il fatto che l’organizzazione non disdegnasse di svolgere tutte le operazioni connesse con l’attività di spaccio avvalendosi anche di un soggetto (all’epoca) minorenne ed operando a poca distanza da una scuola elementare.

Il “modus operandi” dell’organizzazione era sempre identico e collaudato, poiché il “pusher”:

-       preso contattato con l’acquirente, gli indicava dove fermarsi ad aspettare, eventualmente ricevendo già il corrispettivo in denaro;

-       si recava a prelevare la singola dose da spacciare;

-       effettuava la cessione dello stupefacente;

-       raggiunta una certa somma di denaro la consegnava – a mo’ di “cassa continua” – a un altro soggetto con funzione di “cassiere”. Veniva così mitigato il rischio di vedere sequestrate consistenti somme di denaro in caso di arresto del pusher;

-       terminata la scorta di sostanze stupefacenti, chiedeva di essere rifornito al complice-corriere, il quale, dopo essersi allontanato dalla zona, recuperava la quantità di dosi necessaria per soddisfare le ulteriori richieste.

L’attività di spaccio, inoltre, non veniva quasi mai svolta da un solo pusher, ma erano costantemente attivi due o più soggetti i quali, talvolta, si suddividevano le sostanza stupefacenti da spacciare (marijuana e hashish uno e cocaina l’altro) e, a prescindere, offrivano reciproca copertura e una più attenta vigilanza, a fronte del rischio di incursioni dei Carabinieri. Il continuo monitoraggio ha infatti permesso di ritrarre alcuni episodi di vita quotidiana propri di alcuni componenti dell’associazione. Un esempio emblematico delle “contromisure” adottate è rappresentato da chi, durante il proprio “turno” giornaliero, verificava la presenza delle forze dell’ordine o di eventuali telecamere mediante l’utilizzo di un “binocolo”.

Pur di mantenere la “fidelizzazione” dei clienti-assuntori, l’organizzazione era aperta a “forme alternative di scambio commerciale”: è stato documentato un episodio in cui un acquirente, non avendo disponibilità di contanti, si è rivolto ai pusher mostrando un capo d’abbigliamento ancora provvisto di etichetta e, dopo un primo tentennamento di quest’ultimo, l’affare si è concluso con un vero e proprio “baratto” avente ad oggetto da un lato una felpa e dall’altro una dose di sostanza stupefacente.

Evidenza dell’unicità e comunanza delle azioni delittuose, tutte facenti parte dello stesso “ciclo aziendale” e riconducibili ad una medesima organizzazione, risulta l’identicità delle dosi di sostanza stupefacente rinvenute all’atto degli arresti e dei sequestri con successiva segnalazione alla locale Prefettura ex art. 75 DPR 309/90 a carico degli acquirenti (in tutto sono 29 le persone segnalate all’autorità amministrativa quale assuntori di sostanze stupefacenti), che ha dimostrato univocamente la medesima origine della droga rinvenuta.

Infatti, si è notato come fosse sempre uguale il confezionamento e il taglio della droga. Per l’hashish: stecche di circa cm. 5/10 del peso approssimativo di gr. 2 - talvolta spezzate per ricavarne dosi a minor prezzo - avvolte con pellicola trasparente o carta stagnola; per la marijuana: bustine di plastica trasparente chiuse con spille per spillatrice e contenenti poco più di un grammo di sostanza; per la cocaina: dosi confezionate a goccia, con involucri di plastica aventi il peso di 0,5 g. (cd. mezzini) o di 0,2 g. (cd. ventini).

A tal proposito, dal monitoraggio effettuato nei giorni di maggior affluenza, si può ipotizzare un introito giornaliero di oltre 2.000,00 euro in favore degli associati, tenendo conto del costo dello stupefacente per il consumatore finale (5/10 € per le dosi marijuana e hashish e 20/40 € per le dosi di cocaina).

L’intenso legame tra gli associati e la stabilità dell’organizzazione criminale costituita, rafforzata dal vincolo familiare, sono stati ribaditi da ulteriori riscontri: il monitoraggio costante dei luoghi oggetto di indagine ha permesso di constatare come gli indagati passassero insieme intere giornate, documentando la loro presenza tra le vie monitorate e nei luoghi deputati agli scambi di denaro e droga.

Progressivamente sono state acquisite le risultanze investigative che hanno permesso ai Carabinieri di incastrare ogni tassello, fino alla definizione di un quadro completo e nitido delle vicende oggetto d’indagine e dell’organigramma del sodalizio al cui vertice si collocavano i finanziatori/promotori MAZZA Antonino, BONURA Salvatore e ZARCONE Massimiliano. Tra questi e la manovalanza costituita dai pusher che si alternavano nell’attività di spaccio, si frapponeva un livello intermedio rappresentato, in particolare, da CATANZARO Salvatore e da PULEO Paolo, deputati alla supervisione delle attività illecite, alla gestione e alla spartizione delle dosi tra gli spacciatori nel corso dei vari turni, alla raccolta delle somme di denaro costituenti il provento dello spaccio. Quanto a BILLECI Elena (moglie di ZARCONE Massimiliano e madre di ZARCONE Antonino), non è stata rilevata solo una sua generica partecipazione ai loschi affari del gruppo criminale, poiché è risultato evidente che alla donna fosse stata attribuita la precipua funzione di tenere la “contabilità” degli affari dell’organizzazione, essendo deputata ad annotare le somme di denaro ricavate da ciascun pusher ed il numero delle dosi distribuite durante il turno.

La suddivisione interna dei ruoli e dei compiti tra gli associati, tuttavia, non era rigida ed inviolabile, anzi alcuni ruoli risultavano intercambiabili ed alcuni indagati erano chiamati, a seconda delle esigenze, talvolta alla raccolta del denaro incassato dai pusher e al loro rifornimento di stupefacente, talvolta ad occuparsi essi stessi dello smercio al dettaglio, rivestendo contemporaneamente i ruoli di vedette, fornitori e spacciatori. Tale caratteristica ha ulteriormente dimostrato l’esistenza di un’organizzazione stabile e continuativa, con dinamiche interne ben definite e predisposizione di mezzi per il perseguimento di un fine comune. La fungibilità dei ruoli è riprova della reciproca consapevolezza degli associati circa i compiti e l’incarico di ciascuno.

Oltre alla palese condivisione di scopi, strategie e rischi, i membri dell’organizzazione, nonostante le distanze fossero brevi, sovente condividevano anche mezzi di trasporto per spostarsi agevolmente e rapidamente nel corso delle attività illecite.

Le attività di riscontro effettuate nel corso dell’indagine, oltre alle 29 segnalazioni di assuntori di droga all’autorità amministrativa, hanno già consentito di arrestare in flagranza di reato 22 persone, responsabili di singoli episodi di spaccio e detenzione illecita di sostanze stupefacenti.

Cronaca
Diciottenne prende a fucilate il padre durante una lite
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AREZZO - Diciottenne uccide il padre a fucilate durante una lite poi chiama i carabinieri e si costituisce. E' accaduto la notte scorsa in una villetta alle porte di Lucignano, in provincia di Arezzo. La vittima aveva 51 anni ed era un fabbro. In base ad una prima ricostruzione, si tratterebbe di un delitto d'impeto ma i carabinieri, intervenuti con il sostituto procuratore Laura Taddei, non esclude alcuna ipotesi. Da chiarire i motivi che hanno fatto degenerare la discussione in tragedia.

L'ichiesta
In buon numero mamme e papà legittimi sono difficili da individuare in quanto gli embrioni sarebbero frutto di una fecondazione avvenuta in base a una presunta compravendita di ovociti
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MILANO - Sono quasi 500 gli embrioni, un tempo custoditi alla Clinica Matris di Milano di Severino Antinori, che la Procura di Milano dovrà restituire alle coppie che ne hanno diritto dopo che il Riesame ha disposto il dissequestro nell'ambito dell'inchiesta in cui il ginecologo è accusato di aver 'rapinato' ovuli a una infermiera spagnola. In buon numero mamme e papà legittimi sono difficili da individuare in quanto gli embrioni sarebbero frutto di una fecondazione avvenuta non in base alla legge 40 ma tramite una presunta compravendita di ovociti. Sebbene il pm Maura Ripamonti abbia fatto ricorso per Cassazione contro la decisione del Riesame, poiché il dissequestro è immediatamente esecutivo, sta cercando di ricostruire chi siano i legittimi proprietari e di stabilire, non senza difficoltà per via dalle mancanza di una normativa, a chi vadano ridati gli ovuli fecondati nei casi in cui sarebbero frutto di un procedimento ritenuto illecito in quanto gli ovociti sarebbero stati pagati e non donati.

Cronaca
L'uomo, che non ha confessato, risulta essere dedito all'alcol e in passato era stato accusato di maltrattamenti in famiglia e su minori
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GENOVA - E' stato fermato il padre della ragazzina accoltellata ieri all'addome e agli arti. L'uomo, un ecuadoriano pregiudicato per maltrattamenti in famiglia, è stato fermato nella notte al termine di un lungo interrogatorio durante il quale è caduto più volte in contraddizione.

L'uomo era stato sottoposto a interrogatorio in questura dopo che aveva portato la ragazzina all'ospedale con ferite d'arma multiple, una all'addome più profonda e le altre alle braccia. Il padre della ragazzina aveva detto alla polizia che la ragazzina era rimasta ferita mentre lui litigava con un uomo, un maghrebino, a un distributore di benzina in via Teglia, dove però non sarebbero state trovate tracce di sangue. La sua versione secondo i primi riscontri della polizia presentava troppe contraddizioni: l'ecuadoriano, per esempio, non è riuscito a spiegare perché la figlia ferita sia stata trasportata portata in ospedale qualche ore dopo il ferimento e si è giustificato dicendo che si era accorto una volta a casa che la figlia perdeva sangue. Molte le incongruenze come la collocazione delle ferite: la ragazzina, alta 1 metro e 50 presentava ferite soprattutto nella parte bassa del corpo, nonostante l'aggressore fosse stato descritto come un uomo alto 1 metro e 80 centimetri.

E' ancora giallo sul movente del ferimento della ragazzina. Per l'episodio il padre è in stato di fermo dalle una della scorsa notte. L'uomo, che non ha confessato, risulta essere dedito all'alcol e in passato era stato accusato di maltrattamenti in famiglia e su minori. L'accoltellamento sarebbe avvenuto nella casa dell'uomo, a Lavagna.

La dea bendata
A Mestrino in provincia di Padova esce la combinazione milionaria
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MESTRINO - E' uscito stasera il 6 nel concorso del Superenalotto: al vincitore, che ha giocato i numeri in una tabaccheria a Mestrino, in provincia di Padova, vanno 93.720.843,46 euro. La vincita di sabato sera è stata realizzata con un sistema. Il 6 non usciva dal 27 ottobre scorso, quando in una tabaccheria a Vibo Valentia fu realizzata la vincita record di oltre 163 milioni. Intanto a Mestrino si è brindato. Hanno già stappato delle bottiglie per festeggiare la maxi vincita al superenalotto nel piccolo negozio 'Moreno Market' dove sabato sera è uscito il sei che ha portato ad una persona ancora sconosciuta una vincita di 93.720.843,46 euro.

"Sono sorpreso - dice Michele che assieme ai genitori gestisce il negozio baciato dalla fortuna. Ho saputo cinque minuti fa che il sei vincente è stato giocato nel mio negozio. Sono contento spero che la fortuna abbia baciato una persona che di quei soldi, anche se sono davvero tanti, ha bisogno, visti i tempi". Michele si azzarda a ipotizzare che il vincitore possa essere una persona del paese o di un'area vicina. "Qui dice ci sono tanti giocatori abituali. Le facce sono tutte note. Ma sono davvero sorpreso che il sei sia uscito qui". Con la mente va ad alcuni anni fa quando nel suo negozio era stato realizzato un cinque. "Spero - ribatte - che la vincita possa risolvere qualche problema se il vincitore ne ha sul piano economico. Poi se gli sono simpatico, io sono qua". A Michele insomma non dispiacerebbe che il fortunato vincitore si ricordasse dei gestori dell'esercizio dove ha giocato la serie vincente del superenalotto. L'ultima battuta scherzosa Michele la riserva al fatto che un montepremi così alto stavolta sia andato ad una realtà piccola del nord Italia: "la fortuna c'è e si è ricordata di Mestrino".

Cronaca
Il cedimento probabilmente in seguito ad una esplosione provocata da una bombola di gas
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CATANIA - Un palazzo di tre piani è crollato intorno alle 2.30 della notte nel centro di Catania, probabilmente in seguito ad una esplosione provocata da una bombola di gas. Morta un'anziana donna, trovata tra le macerie insieme a quattro feriti, due dei quali trasportati in ospedale in codice rosso. Tra questi una bimba di un anno. Si cerca ancora tra quel che resta dell' edificio, ma si pensa non vi siano altri dispersi. Della palazzina, sventrata dall'esplosione, sono rimasti solo il tetto e le fondamenta. Evacuati i palazzi adiacenti.
"Viva per miracolo": così Francesca Giuffrida, 67 anni, si definisce mentre, seduta su dei gradini esterni di un negozio, vede le macerie della sua casa.
"Ci potevo essere anch'io là sotto, magari morta - aggiunge - e invece ieri sono andata a casa di mio figlio. E questo mi ha salvato la vita". Ovviamente conosceva "da anni tutte le persone del palazzo". "Tutte persone - sottolinea - tranquille". Anche lei sa della morta della persona anziana travolta dalle macerie: "certo - conferma - era la 'signorina': non era sposata e viveva da sola".

Cronaca
La giovane, in evidente stato di alterazione, si sarebbe avvicinata al marocchino per contrattare l’acquisto di una dose di stupefacenti, chiedendo di poter pagare “in natura”
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di Andrea Barbi

 

BOLOGNA - I protagonisti di questa particolare storia di cronaca accaduta l’altra notte nella zona universitaria di Bologna, in pieno centro storico, sono un magrebino vent’enne, residente nella città felsina da diversi anni e con regolare permesso di soggiorno, spacciatore noto alle forze dell’ordine del capoluogo emiliano e una ragazza tossicodipendente ventunenne, anch’ella residente in città e con precedenti penali per reati minori.

La giovane, in evidente stato di alterazione, si sarebbe avvicinata al marocchino per contrattare l’acquisto di una dose di stupefacenti, chiedendo di poter pagare “in natura” le sostanze, non avendo le necessarie risorse finanziarie. Al rifiuto del pusher, non intenzionato ad accettare le proposte sessuali, la ragazza avrebbe cominciato a dare in escandescenza. Calci, pugni e schiaffi al “malcapitato malvivente” che incapace di gestire la furia della avventrice si sarebbe dato alla fuga.

La 21enne decisa a vendicarsi di quella che ha interpretato come una umiliazione lo ha rincorso e a più riprese è riuscita a raggiungerlo riempiendolo di morsi e graffi. Nel caos della situazione alcuni indumenti del nordafricano sarebbero stati strappati con l'intenzione di morderlo nelle parti intime. Probabile che la reazione inaspettata e violentissima della ragazza sotto effetto di droghe non abbia inizialmente lasciato tempo di reazione al ragazzo.

In seguito, dopo essersi liberato dalle grinfie della assalitrice si è nascosto in un locale, dal quale ha telefonato alla polizia. E’ possibile che il pusher abbia scelto di non reagire con la forza, picchiando a sua volta la ventunenne per non rischiare di aggravare la sua situazione nei confronti della giustizia. All’arrivo della volante con 4 poliziotti a bordo la ragazza era ancora intenta a cercare la sua preda e nel tentativo di fermarla sono stati anch’essi aggrediti. I 4 agenti intervenuti sono finiti tutti al pronto soccorso, con prognosi tra i 3 e i 7 giorni, a causa dei ripetuti morsi e graffi subiti della giovane che, dopo essere stata arrestata e trasportata all’ospedale Maggiore da una ambulanza giunta appositamente in loco, è stata sedata dai medici. Il giorno seguente è stata dimessa dal nosocomio e ora a suo carico oltre alla denuncia sporta dallo spacciatore, per aggressione, pesa la denuncia per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale.

Cronaca
Nino Salamone: "Io voglio che paghi chi ha ucciso mia figlia”
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di Angelo Barraco
 
 
Catania “Io mi aspetto le cose giuste, che la giustizia faccia il suo corso e se è stato lui che venga condannato all’ergastolo. Io voglio che paghi chi ha ucciso mia figlia” sono queste le parole di Nino Salamone alla vigilia della prima udienza del processo contro Nicola Mancuso che si celebrerà davanti la Corte d’Assise il 23 febbraio. Mancuso è accusato di aver inscenato il suicidio di Valentina Salamone, 19enne trovata morta il 24 luglio 2010 in una villetta di Adrano. Il 32enne è stato rinviato a giudizio dal Gup di Catania nell’ottobre scorso,  il 4 marzo del 2013 è stato arrestato e successivamente scarcerato il 28 ottobre. L’uomo adesso è detenuto ed è stato condannato in secondo grado a 14 anni di reclusione per traffico di droga. L’uomo ha sempre gridato a gran voce la sua innocenza,  ma in questa torbida vicenda sono tante le ombre hanno sin da subito coperto la luce della verità. La morte di Valentina Salamone ha gettato nello sconforto una famiglia che oggi piange una figlia venuta a mancare prematuramente, un dolore lancinante  che lascia dietro di se uno strascico di incredulità e dolore condiviso da tutta la comunità che non ha mai creduto alla tesi del suicidio. Ci sono diversi elementi che riconducono ad una morte di tipo violento per mano di terze persone e che sin da subito hanno spazzato via quello che agli occhi di tutti voleva ben mostrarsi come un suicidio. Per gli inquirenti non ci sono dubbi, ad uccidere Valentina è stato Nicola Mancuso, sposato con tre figli che aveva una relazione con la giovane. Droga, alcool e un festino sopra le righe in una villa dove l’abuso era l’unica regola, è questo lo scenario che emerge dai racconti degli amici di Valentina resi agli investigatori, ma la 19enne non faceva uso di droga ed era pulita, e si teneva ben lontana da quel mondo di perdizione e autodistruzione e lo confermano anche gli esami medico-legali sul cadavere che hanno escluso che la giovane quella notte avesse assunto droga né tantomeno sostante psicotrope. Secondo il racconto degli amici, Valentina giunge alla festa con due amiche, durante il tragitto però una di loro manifesta il desiderio di sniffare cocaina, tale richiesta avrebbe fatto innervosire Valentina. Arrivati alla villetta i ragazzi presenti consumano un cospicuo quantitativo di alcool e sniffano cocaina in quantità ingenti e dalle testimonianze emerge inoltre che ci sarebbe stato un litigio tra Nicola e Valentina e secondo quanto dichiarato dai ragazzi, alcuni di loro, tra cui lo stesso Nicola, decide di andare a sniffare altrove lasciando Valentina da sola in villa poiché non sarebbe stata d’accordo con l’idea del gruppo di andare a consumare droga, in seguito  il suo corpo verrà rinvenuto privo di vita e  impiccato ad una trave. Ma è una morte strana quella di Valentina poiché sin da subito la tesi del suicidio viene spazzata via da elementi concreti che lasciano presupporre uno scenario ben diverso contornato da elementi che fanno emergere chiaramente la messa in atto di un depistaggio. Una morte ancora avvolta da una fitta cortina di mistero, uno su tutti riguarda il tranquillante rinvenuto all’interno della sua borsa, ma Valentina non faceva uso di tranquillanti: chi ha messo quella sostanza all’interno della borsa? Perché? Il giorno dopo la sua morte le amiche si sono recate presso la villa in cui si era consumato il festino a base di Alcool e droghe e  in cui era stato rinvenuto il corpo senza vita della loro amica, hanno avuto accesso libero alla villa e hanno ripulito tutto: perchè? La prova regina che ha incastrato Nicola Mancuso riguarda la presenza di tracce di sangue rinvenute sotto la scarpa di Valentina poichè sono state rinvenute tracce  che risultano appartenere a lui. Ma non sono gli unici aspetti poco chiari di questa torbida vicenda poiché dalle indagini è emerso un dna rinvenuto dal Ris di Messina sotto la scarpa sinistra di Valentina, precisamente nella zeppa nera in sughero calzata dalla giovane. Il dna denominato “Ignoto 1”, appartiene alla persona chiamata in correità con Nicola Mancuso nell’omicidio ma  ad oggi non è stato ancora identificato. Chi ha ucciso Valentina e ha voluto mascherare questa morte come suicidio? Perché? In merito ad “Ignoto 1” sappiamo che quel dna non appartiene a nessuno dei partecipanti alla festa e a nessuno dei partenti dei partecipanti. Noi de L’Osservatore D’Italia parlammo tempo fa con l’Avvocato Dario Pastore, legale della famiglia Salamone che ci ha chiarito alcuni punti relativi a quella fatidica notte, in particolar modo sulla scena del delitto “Quella notte, questi amici che poi vanno a ripulire la scena del delitto, la stessa notte dell’omicidio c’è un traffico telefonico di telefonate, messaggi forsennato tra tutti loro che si erano visti fino a poche ore prima ma nessuno di questi chiama a Valentina” aggiunge inoltre che ci sono state una serie di “Telefonate e messaggi, siccome sono tanti i partecipanti ricordo di alcuni fino alle 5 alle 6 del mattino. Che senso ha se ti sei visto alle 23.00 , posso capire un messaggio, ma tutti si parlano, tutti si scrivono, ma poi in maniera forsennata. Quindi qualcosa che non quadra, più di qualcosa c’è”. Abbiamo chiesto all’Avvocato cosa è successo  quella sera e ci ha spiegato cheL’ipotesi accusatoria che noi condividiamo è quella che Valentina quella notte si è opposta; faccio una premessa, quella notte c’è stato abuso di alcolici e c’è stato abuso di sostante stupefacenti almeno di quattro soggetti che sono i quattro soggetti che erano gli ultimi che hanno vista viva Valentina tra cui il Mancuso. Allora in questo contesto: abuso di alcool, uso di sostanze stupefacenti, Valentina che è innamorata di questo Mancuso dice a Mancuso che lei non voleva che si facesse uso di sostanze stupefacenti, Mancuso è riconosciuto con una sentenza non ancora definitiva come capo e promotore di un’organizzazione dedita allo spaccio, possibilmente Valentina gli avrà detto “io spiffero tutto quello che so” e quindi in questo contesto, secondo l’accusa e secondo noi, è il movente o meglio la causale dell’omicidio.  Questa è l’ipotesi che noi riteniamo plausibile. Quindi non è la gelosia, uso di alcool, uso di sostanze stupefacenti, Valentina comunque innamorata di questo tizio che gli dice “se fate uso di sostanze stupefacenti io spiffero tutto”.
 
Abbiamo parlato con la Dott.ssa Rossana Putignano - Psicologa Clinica- Psicoterapeuta Psicoanalitica- Responsabile della Divisione Sud e della Divisione di Psicodiagnosi Neuropsicologia e Forense del CRIME ANALYSTS TEAM. Che ci ha riferito: “Insieme alla Dott.ssa Mary Petrillo, abbiamo già discusso ai microfoni di Radio Cusano in merito alla possibilità che non sia stato suicidio ma un omicidio la cui intenzionalità è ancora da verificare. Finalmente, dopo sei anni arriva la svolta con un approfondimento sul primo DNA rinvenuto sul corpo di Valentina, il secondo invece è ancora ignoto. Personalmente, vedo questo processo di primo grado come un atto dovuto, che avrebbe potuto verificarsi molto tempo prima. Spesso le famiglie di cui ci occupiamo, lamentano questa “paralisi” delle indagini nonostante la presenza agli atti di materiale biologico che, per definizione, è portatore di una certezza scientifica incontrovertibile. Anche la famiglia di Valentina, si è chiesta per tanti anni perché un DNA non era abbastanza. Ora è arrivata la consolazione di un processo che potrà lenire, solo parzialmente, il dolore della famiglia. Adesso, finalmente, si potrà far luce sulla vicenda di Valentina e capire cosa accadde, davvero, quella sera”
 
Abbiamo parlato anche con la Dott.ssa Mary Petrillo, Psicologa, Criminologa, Docente di materie di Criminologia, Coordinatrice Crime Analysts Team, Vice Presidente Ass. Con Te Donna (Lazio): “Il caso di Valentina Salamone, direi che è emblematico, per le circostanze in cui è stato rinvenuto il corpo esanime della ragazza, impiccata con una corda ad una trave, per affermare che si tratta senza dubbio di una morte "equivoca", ossia mi riferisco alla cosiddetta EDA (Equivocal Death Analysis) ossia la analisi per morte equivoca. Questa è una tecnica investigativa che è particolarmente utile nei casi come questo, quando, in pratica, non è sicuro determinare con certezza come sia avvenuta la morte della vittima. Il caso di Valentina venne, infatti, dapprima considerato come suicidio, successivamente, invece, sono emersi elementi che hanno portato gli investigatori verso una accusa di omicidio nei confronti di due soggetti, in particolare, che conoscevano la ragazza, uno di loro, tal Mancuso, addirittura pare sia stato suo amante. Come son passati gli inquirenti da una ipotesi di suicidio a quella di omicidio che, ovviamente, ha completamente cambiato lo scenario circa le circostanze in cui è morta la ragazza? Ciò è potuto accadere proprio grazie allo studio approfondito del caso come richiede la EDA, ossia mediante una accurata e ben documentata azione di recupero di prove forensi, test di laboratorio, autopsia e un ulteriore aiuto concreto lo darebbe anche la analisi del comportamento della  vittima prima della sua morte, la cosiddetta "autopsia psicologica". Nel caso di Valentina Salamone, infatti, pare sia stato proprio messo in atto uno "staging", ovvero una messa in scena, una alterazione volontaria della scena del crimine per far apparire un omicidio come se fosse, invece, un suicidio”.

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